Perde il posto il vicecomandante della Polizia municipale che non timbra l’uscita dall’ufficio durante il turno di lavoro

I Giudici chiariscono che tra le ipotesi di assenza ingiustificata rientra anche l’allontanamento del lavoratore nel periodo intermedio tra le timbrature all’inizio e alla fine del turno, trattandosi di un comportamento fraudolento diretto a fare emergere falsamente la presenza in ufficio.

Sacrosanto il licenziamento del dipendente del Comune che timbra regolarmente il badge all’apertura e alla chiusura del turno di lavoro ma dimentica di registrare anche le estemporanee uscite dall’ufficio, non riuscendo, peraltro, a dimostrare di essersi dovuto allontanare per ragioni di servizio. A finire nel mirino di un Comune è il vicecomandante della Polizia municipale. A suo carico l’ente pubblico pone l’accusa di avere, in sostanza, bluffato sulla effettiva presenza in servizio, omettendo di registrare con la timbratura del badge gli allontanamenti dagli uffici del Comando di Polizia municipale. Queste condotte sono state ritenute sufficienti dal Comune per mettere alla porta, nell’estate del 2017, il lavoratore, e questa valutazione è ritenuta corretta anche dai giudici di merito, i quali respingono, sia in primo che in secondo grado, le obiezioni proposte dall’esponente di rilievo della Polizia municipale. Per il legale che rappresenta il lavoratore, però, è proprio quest’ultimo la vittima dell’intera vicenda. Consequenziale, quindi, «la richiesta di reintegrazione nel posto di lavoro » con annesso «risarcimento del danno» a carico del Comune. Per dare solidità a questa posizione, infine, il legale sostiene, col ricorso in Cassazione, che «le attività da svolgere all’esterno dell’ufficio del Comando di Polizia municipale non richiedevano una specifica timbratura in entrata ed in uscita ove svolte», come in questa vicenda, «durante l’orario di lavoro ordinario e straordinario, essendo sufficiente che il badge fosse timbrato all’inizio ed alla fine di detto orario, come, in effetti, era sempre avvenuto». Inoltre, il legale sottolinea che «il servizio straordinario» svolto dal suo cliente «era stato autorizzato», e quindi non può rilevare la circostanza che «l’attività lavorativa esterna non sia stata documentata». Prima di analizzare in dettaglio la vicenda, i Giudici di terzo grado tengono a ribadire che «in tema di licenziamento disciplinare, rientra tra le ipotesi di assenza ingiustificata non solo il caso dell’alterazione del sistema di rilevamento delle presenze ma anche l’allontanamento del lavoratore nel periodo intermedio tra le timbrature di entrata e di uscita, trattandosi di un comportamento fraudolento diretto a fare emergere falsamente la presenza in ufficio». Per quanto concerne il caso oggetto del processo, il lavoratore sostiene che «la mancata timbratura del badge in uscita ed in entrata, dopo l’inizio e prima della cessazione dell’orario di lavoro, non può assumere rilievo ai fini disciplinari, in quanto detta timbratura non è prescritta nelle ipotesi di svolgimento di attività istituzionale all’esterno». Per i Giudici, però, tale osservazione è priva di pregio, poiché «il presupposto del licenziamento disciplinare è» nel caso preso in esame «l’oggettiva mancanza della attestazione di uscita e di rientro del dipendente, mancanza volta a nascondere, in maniera fraudolenta, l’ allontanamento indebito del lavoratore nel periodo intermedio tra le timbrature di entrata e di uscita». Ebbene, «proprio tale mancata attestazione di uscita e di rientro in ufficio, una volta verificata, comporta che l’onere di provare la presenza in ufficio o la legittimità dell’allontanamento sia posto a carico del lavoratore ». Ciò significa che «per evitare il licenziamento, quindi, sarebbe stato necessario che il lavoratore, non essendovi una documentazione scritta dell’attività istituzionale da lui svolta all’esterno dell’ufficio, deducesse e dimostrasse, in altro modo, di avere abbandonato il luogo di lavoro p er ragioni di servizio ». Ma su questo fronte nessuna prova è stata messa sul tavolo dal vicecomandante della Polizia municipale, il quale ora vede confermato, in via definitiva, il proprio licenziamento. Irrilevante, infine, aggiungono i Giudici di Cassazione, la sottolineatura, da parte della difesa, del « servizio straordinario svolto dal lavoratore», servizio che «era stato autorizzato posteriormente», mentre il dipendente del Comune «non ha voluto o potuto indicare la natura dell’attività lavorativa posta in essere» all’esterno dell’ufficio «in relazione all’interesse pubblico perseguito dal Comando di Polizia municipale».

Presidente Manna – Relatore Cavallari Svolgimento del processo Con ricorso depositato il 20 novembre 2017 presso il Tribunale di Napoli P.P., dipendente del Comune di Capri con la qualifica di Ufficiale Area di Vigilanza, categoria D, posizione economica D4, CCNL dipendenti Enti locali del 31 marzo 1999, ha convenuto il suo datore di lavoro perché fosse annullato il licenziamento intimatogli il 28 agosto 2017, sostenendo l'insussistenza del fatto contestato, con richiesta di reintegrazione nel posto di lavoro e di risarcimento del danno. Il Tribunale di Napoli, nel contraddittorio delle parti, con ordinanza numero 17985/2018, e, poi, con sentenza numero 3820/2019, ha rigettato la domanda. P.P. ha proposto reclamo che la Corte d'appello di Napoli, nel contraddittorio delle parti, con sentenza numero 4595/2012, ha rigettato. P.P. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di un motivo. La Città di Capri si è difesa con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memorie. Motivi della decisione 1 Con un unico motivo P.P. lamenta la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. numero 165 del 2001, articolo 55 quater , comma 1, lett. a , e comma 1 bis in quanto la corte territoriale non aveva tenuto conto che le attività da svolgere all'esterno dell'Ufficio del Comando di P.M. di Capri non richiedevano una specifica timbratura in entrata ed uscita ove svolte durante l'orario di lavoro ordinario e straordinario, essendo sufficiente che il badge fosse timbrato all'inizio ed alla fine di detto orario, come, in effetti, era sempre avvenuto. In particolare, il ricorrente contesta che in nessuno dei filmati e dei fermo immagine visionati risultassero suoi comportamenti idonei a configurare la falsa attestazione della presenza in servizio. Egli rappresenta, altresì, che il servizio straordinario da lui svolto sarebbe stato autorizzato preventivamente e che non rilevasse la circostanza che la sua attività lavorativa esterna non fosse stata documentata. La doglianza è infondata. Infatti, in tema di licenziamento disciplinare, rientra tra le ipotesi di assenza ingiustificata di cui al D.Lgs. numero 165 del 2001, articolo 55 quater , non solo il caso dell'alterazione del sistema di rilevamento delle presenze, ma anche l'allontanamento del lavoratore nel periodo intermedio tra le timbrature di entrata ed uscita, trattandosi di un comportamento fraudolento diretto a fare emergere falsamente la presenza in ufficio per fattispecie similari, anche se non identiche, Cass., Sez. L, numero 25750 del 14 dicembre 2016 Cass., Sez. L, numero 17637 del 6 settembre 2016 . Sostiene il ricorrente che la mancata timbratura del badge in uscita ed entrata dopo l'inizio e prima della cessazione dell'orario di lavoro non assumerebbe rilievo ai fini disciplinari, in quanto detta timbratura non sarebbe prescritta nelle ipotesi di svolgimento di attività istituzionale all'esterno, come avvenuto nella specie. La contestazione è priva di pregio. Il presupposto del licenziamento disciplinare e', in casi simili a quelli oggetto del contendere, l'oggettiva mancanza dell'attestazione di uscita e di rientro del dipendente, la quale sarebbe volta a nascondere, in maniera fraudolenta, l'allontanamento indebito del lavoratore nel periodo intermedio tra le timbrature di entrata ed uscita. Proprio tale mancanza, una volta verificata, comporta che l'onere di provare la presenza in ufficio o la legittimità dell'allontanamento sia posto a carico del lavoratore. Per evitare la sanzione in esame, quindi, sarebbe stato necessario che il ricorrente, non essendovi una documentazione scritta dell'attività istituzionale da lui svolta all'esterno, deducesse e dimostrasse in altro modo di avere abbandonato il luogo di lavoro per ragioni di servizio. Peraltro, né dalla decisione impugnata né dal ricorso risulta che tali ragioni siano state specificamente indicate e provate da P.P. nei precedenti gradi di merito. Per ciò che concerne le risultanze dei filmati e dei fermo immagine visionati, le risultanze della relativa valutazione non possono essere oggetto di esame in sede di legittimità, venendo in questione attività riservata al solo giudice di merito. Infine, in ordine al servizio straordinario svolto dal ricorrente la corte territoriale ha accertato che era stato autorizzato posteriormente e, soprattutto, che P.P. non ha voluto o potuto indicare la natura dell'attività lavorativa poste in essere in relazione all'interesse pubblico perseguito dal Comando di Polizia Municipale . 2 Il ricorso è rigettato. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza ex articolo 91 c.p.c. e sono liquidate come in dispositivo. Sussistono le condizioni richieste dal D.P.R. numero 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. numero 228 del 2012 , per affermare l'obbligo del ricorrente di corrispondere un importo pari a quello del contributo unificato versato, se dovuto. P.Q.M. La Corte, - rigetta il ricorso - condanna il ricorrente a rifondere a parte controricorrente le spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.000,00 per compenso ed Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori di legge e spese generali nella misura del 15% - dichiara che sussistono le condizioni richieste dal D.P.R. numero 115 del 2002, articolo 13 , comma 1 quater, come modificato dalla L. numero 228 del 201 2, per affermare l'obbligo del ricorrente di corrispondere un importo pari a quello del contributo unificato versato, se dovuto.