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Notizie a cura di La Stampa.it |
FAMIGLIA e SUCCESSIONI

Decreto coronavirus | 05 Maggio 2020

L’ascolto e il disagio invisibile dei bambini nei tempi della Pandemia

di Assunta Basentini - Psicologa clinico–forense, Referente per la Basilicata dell’Associazione Italiana di Psicologia Giuridica, Giudice Onorario del Tribunale per i Minorenni di Potenza

L’emergenza sanitaria che ha travolto le nostre esistenze, modificando e annullando stili di vita, abitudini, prassi consolidate in ambito lavorativo e professionale, comporta, nel presente e nel futuro prossimo, per l’utenza che confluisce nelle professioni d’aiuto e nel contesto giudiziario ordinario e minorile, una significativa compromissione e restrizione dei diritti dei minori in difficoltà, pur riconoscendo il rilevante contributo della tecnologia nello svolgimento di alcune udienze, soprattutto in ambito penale.  

In questo articolo proviamo a ripercorrere, sinteticamente, i principali aspetti psicogiuridici che connotano il diritto del minore all’ascolto, con riferimento alla psicologia clinica e dell’età evolutiva, per analizzare come le criticità e i limiti imposti dal grave fenomeno della pandemia da Covid19, negli interventi previsti in materia civile minorile, di fatto modificano, significativamente, la specificità e la qualità degli stessi, nonostante il supporto degli strumenti telematici disponibili.
“In materia civile, nel contesto giudiziario minorile e in quello ordinario, l’ascolto del bambino passa trasversalmente attraverso le varie forme di disagio familiare, anche le più gravi, delle quali il bambino diventa “il portatore sano”. E così, pur dovendo evitare rischiose generalizzazioni, chi si occupa di questa materia, giudice togato e/o onorario o consulente/ perito, tende a riconoscere in ogni bambino un modello di comportamento internalizzato che porta con sé le caratteristiche, le peculiarità del problema, del disagio, della patologia del gruppo familiare. Parliamo dei bambini ostaggio, conflittualizzati, dei bambini terapeutici, adultizzati, dei bambini vittime passive di una genitorialità malata.
Nel racconto di sé e della sua famiglia, il bambino è un po’ un fotografo scomodo che riprende la realtà così come la vede (ricordiamo la fase del realismo infantile di Piaget), proiettando sull’immagine la sua percezione e il suo vissuto. Il risultato di questa operazione è la verità, non in assoluto, ma la sua verità, non elaborata come quella degli adulti, più grezza e vicina alla sua intelligenza emotiva.
Lo psicologo o il giudice che ascolta il bambino, deve ogni volta fare un’operazione preliminare di risanamento, di pulizia dei possibili stereotipi e pregiudizi.
L’ascolto del bambino possiamo definirlo una situazione relazionale “triangolare”, che pone lo stesso al centro, tra l’interlocutore esperto (il giudice/ lo psicologo) e la famiglia, con le sue difficoltà e aspettative.
L’età del bambino è un elemento importante per modulare la comunicazione.
Il bambino in età prescolare, avrà una struttura egoica elastica, mobile, che si rimodella su quella dell’adulto con una certa facilità. Ogni bambino è indotto dalle figure di riferimento, e, nell’interazione con altri adulti, porta con sé l’impronta dell’induzione genitoriale, che riconosce, a prescindere dalla qualità della stessa, come un suo punto di forza.
L’ascolto/audizione con il bambino si struttura quindi come “un puzzle” che aspetta di essere composto: i pezzi da abbinare li sceglie lui, la figura finale sarà una sua creazione a cui l’esperto avrà collaborato con la sua presenza attiva ed empatica. Attraverso la parola e il non verbale si può entrare in contatto con il mondo interno del bambino, e cogliere la sua capacità di gestire il reale e di mediare con i suoi piccoli o grandi segreti.
Teniamo conto che il racconto che il bambino porta con sé durante l’ascolto non è tanto condizionato dal suo vissuto esperienziale quanto piuttosto dalla modalità comunicazionale e dalla carica empatica del giudice o dello psicologo che conduce l’audizione. Se la comunicazione (verbale e non) “rassicura” il bambino, dal punto di vista dell’accoglienza e della vicinanza, egli si convincerà che è nella situazione giusta e che potrà fidarsi e affidarsi. Diversamente, risponderà alle domande e sollecitazioni dell’interlocutore, con espressioni essenziali, scarne ed ermetiche, e con reazioni, verbali e non, che si diversificheranno in relazione alla fascia d’età del minore e al suo sviluppo cognitivo–affettivo.
Attingendo al rilevante patrimonio esperienziale e professionale di psicologa clinica, in ambito giudiziario minorile e ordinario, ritengo utile fare riferimento, non senza aspetti mnemonici carichi di empatia ed emozione, a “passaggi” significativi (a livello pragmatico–relazionale) di alcuni ascolti che definirei “da manuale” nella letteratura clinico-giuridica, e che contestualizzano gli elementi teorici su descritti.

 

Storia di Pasqualino- Pasqualino aveva circa otto anni quando fu accompagnato dal padre e dall’assistente sociale in Tribunale. Il bambino era piuttosto teso e in allarme, provato da una realtà familiare fortemente disfunzionale e patologica, nella quale svolgeva, da bambino adultizzato, funzioni di accudimento e sostegno per entrambi i genitori. La mamma presentava un disturbo psicotico importante , con un permanente delirio mistico; il padre, invece, disturbi da alcool dipendenza. Accolto dal giudice (donna) e dalla psicologa, Pasqualino si era mostrato piacevolmente sorpreso dal clima empatico e diretto della comunicazione, interagendo in modo fluido e spontaneo con entrambe le figure, seppure con espressioni dialettali non sempre comprensibili. Iniziato il racconto della realtà familiare, il minore si soffermava a descrivere la sua quotidianità di bambino senza infanzia, impegnato a gestire le condotte disfunzionali dei genitori. Poi, improvvisamente, si mostrava turbato , taceva per qualche istante e rivolgendosi alle due interlocutrici diceva: …ma devo stare attento. Come faccio? Papà mi ha detto “attento a quelle due stronze … che ti fanno dire le cose …”. L’interazione adeguata, stabilita con il minore, aveva avuto una funzione liberatoria e catartica per lo stesso, con l’esternazione dell’induzione genitoriale e delle sue insicurezze. Un’audizione forte ed intensa, con significative connotazioni emotive, anche per il giudice e la psicologa.
Il bambino triste e” il giudice a tre piani” - L’ascolto di un bambino di quattro anni, nel contesto giudiziario, porta con sé aspetti emotivi, realistici e fantastici che definiscono la tipologia e la qualità della complessa relazione adulto–bambino. Un giorno arriva in tribunale Emanuele. Il bambino è timoroso, sembra spaventato dalla situazione. Il giudice ritiene opportuno delegare alla psicologa la delicata fase dell’accoglienza, riservandosi di entrare nell’interazione successivamente. Emanuele ha un’espressione triste e comunica, anche a livello non verbale, il bisogno di vicinanza fisica con la psicologa, chiede infatti di essere tenuto in braccio. Gradualmente esplora lo spazio, attrezzato con fogli, matite colorate e giochi. Al bambino si descrive il contesto, si accenna alla figura del giudice “dei bambini” a cui raccontare le cose … E così Emanuele accetta, incuriosito, di conoscere il giudice. L’arrivo del giudice è carico di sorpresa per il minore, che rimane colpito dall’altezza dello stesso. Emanuele lo guarda incuriosito e poi esclama: ma questo giudice a quanti piani è? Dopo un attimo di smarrimento, la psicologa risponde: Emanuele, questo è un giudice a tre piani, ed è il tuo giudice! L’ascolto e l’osservazione sono proseguiti serenamente, con Emanuele, per qualche minuto, in braccio al suo giudice. Da Emanuele in poi, naturalmente, il Tribunale per i Minorenni di Potenza, ha il suo giudice a tre piani…

 

L’ascolto del minore ha dunque un suo “setting”, che presuppone la presenza attiva, la vicinanza fisica ed emotiva tra il minore e l’adulto esperto, in un tempo piuttosto definito, senza interruzioni e interferenze. Esso si svolge in un’ottica di interdisciplinarietà, nella quale categorie giuridiche e categorie psicologiche si intersecano,tracciando un percorso in cui i bisogni e le esigenze evolutive, affettive e relazionali assumono una connotazione normativa che confluisce nel diritto per poi restituire alla psicologia le sue intuizioni e finalità diagnostiche e prognostiche”.
L’audizione/ascolto rappresenta il nucleo centrale dell’attività istruttoria in materia civile, è lo strumento che aiuta il giudice a valutare e decodificare tutti gli elementi che confluiscono nell’indagine.
Tutto questo appartiene all’ascolto prima del coronavirus. Oggi ascoltare i bambini e i ragazzi che cosa comporta? E’ pensabile poter realizzare questi passaggi e cogliere gli aspetti psicodinamici dell’ascolto con un’udienza da remoto, nella quale la percezione e la visualizzazione sono ridotte in un’immagine ristretta, che preclude l’osservazione e la decodificazione di tutti gli aspetti comunicazionali del linguaggio non verbale?
I tempi dell’audizione, in sede giurisdizionale, devono essere diretti, intensi, brevi e scanditi dal vissuto del minore. Questo complesso impianto metodologico può essere garantito, anche solo parzialmente, da remoto? Ritengo di no.
La pandemia ha portato, come sostiene la dott.sa Sandra Recchione, magistrato di Cassazione e componente del Consiglio Direttivo dell’AIPG (Associazione Italiana di Psicologia Giuridica) una repentina rivisitazione della cultura dei diritti fondamentali. “Il diritto alla vita e alla salute prevalgono, e hanno marginalizzato l’attività giudiziaria. I diritti dei minori sopravvivono”.
C’è stato, di fatto, un brusco cambiamento nelle prassi operative dei Tribunali per i Minorenni, che si traduce in un ritorno all’indietro del diritto del bambino di essere considerato persona, con tutte le conseguenze rispetto al contrasto di eventuali condotte pregiudizievoli che sfociano nelle diverse forme di trascuratezza, maltrattamento e abuso. Il tutto aggravato dall’assenza della scuola, prezioso spazio “neutro” di appartenenza del bambino, vissuto come complementare e/o alternativo a quello familiare.
L’attuale tempo della pandemia si presenta come un tempo di restrizione dei diritti, in cui intercettare le difficoltà e la sofferenza di alcuni bambini e ragazzi “invisibili” sarà più difficile.
Bisognerà tenere alta l’attenzione, mettere in campo tutte le possibili risorse dei Servizi territoriali e contare sulla capacità di resilienza dei bambini in difficoltà, con la speranza di poter ripristinare, prima possibile, l’impianto degli interventi sociali e giudiziari di protezione.

 

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