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PROFESSIONE

privacy | 20 Marzo 2019

Non è necessaria un’autorizzazione per acquisire i dati personali archiviati dal professionista in ragione della propria professione

di Nicole Monte - Avvocato del Foro di Milano, privacy e cybersecurity specialist di LT42

La Corte di Cassazione ha chiarito che non è necessaria una specifica autorizzazione del Pubblico Ministero per acquisire dati personali archiviati nel computer del professionista se al momento della perquisizione della Guardia di Finanza, pur in assenza del professionista, il personale dello studio non si è opposto.  

(Corte di Cassazione, sez. Tributaria, ordinanza n. 6486/19; depositata il 6 marzo)

E' quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 6486/19, depositata il 6 marzo.

 

Il caso. La Guardia di Finanza accedeva in uno studio odontoiatrico, adibito anche ad abitazione del professionista, ed acquisiva i dati personali dei clienti dello studio, al fine di dimostrare il fatturato non dichiarato dal professionista. Tale accertamento veniva impugnato adducendo, tra le altre motivazioni, l’omessa autorizzazione del Pubblico Ministero per l’accesso ai locali e l’acquisizione del back up dei dati del professionista.

 

Acquisizione dell’hard disk dei dati personali sanitari (e giudiziari) da parte dell’Autorità Giudiziaria. La Corte ha affermato che in assenza dell’opposizione del segreto professionale da parte del professionista deve ritenersi legittima l’acquisizione della copia dell’hard disk del computer, pur in assenza della specifica autorizzazione del Pubblico Ministero prevista dall’art. 52 d.P.R. n. 633/1972. Tale disposizione, infatti, prevede che il procuratore, o l’autorità giudiziaria più vicina al luogo delle operazioni, deve autorizzare l’esecuzione di perquisizioni personali, apertura coattiva di pieghi sigillati, borse, casseforti, mobili, ripostigli e simili, nonché l’esame di documenti e notizie per i quali è eccepito il segreto professionale.
La Corte ha ritenuto che, nel caso di specie, l’acquisizione non possa ritenersi coattiva in quanto il personale non ha opposto alcun impedimento alla stessa (segreto professionale e/o rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali dei clienti). Pertanto, ha concluso la Corte, non sussiste illegittima acquisizione di dati e notizie non essendo stato violato alcun diritto costituzionale.
La sentenza sembra pervenire a conclusioni semplicistiche, posto che nel verificare la legittimità delle operazioni svolte, viene considerata unicamente l’assenza di violazione di domicilio da parte degli accertatori, ma non viene minimamente considerato il diritto alla tutela dei dati sanitari dei pazienti, la cui disciplina di maggior tutela rispetto ai dati comuni è equiparabile a quella riservata ai dati giudiziari – entrambe le categorie di dati personali sono, infatti, definite “particolarmente importanti” in provvedimenti e schede di sintesi del Garante-.
Alla luce di questa pronuncia, per gli avvocati, così come per i professionisti in ambito sanitario, rileva la necessità di contestare in sede di accertamento eventuali violazioni relative al segreto professionale ed alla normativa privacy in materia di tutela dei dati giudiziari perché queste possano essere fatte valere in sede di verifica di legittimità delle operazioni compiute in sede di accertamento, oltre che per evitare eventuali sanzioni disciplinari e responsabilità di natura deontologica.
In ultimo risulta altrettanto prioritario per il professionista che il personale dipendente riceva formazione specifica in caso di accertamenti fiscali e/o di altra natura.