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cassa forense | 18 Giugno 2013

Bilancio d’esercizio 31 dicembre 2012: un chiaroscuro design alla Caravaggio

di Paolo Rosa - Avvocato

Come sempre il bilancio si compone della relazione sulla gestione, dello stato patrimoniale sintetico e analitico, del conto economico sintetico e analitico e della nota integrativa, un viaggio attraverso 355 pagine che andrò brevemente a commentare. Il bilancio d’esercizio al 31 dicembre 2012 è stato formato dal Consiglio di Amministrazione il 25 maggio 2013 ed è stato posto in approvazione al Comitato dei Delegati per la riunione del 28 giugno 2013. Poiché non è stato ancora approvato, mi limiterò a una panoramica d’insieme.

Prima di tutto debbo dire che sto sfogliando un ottimo lavoro dal punto di vista tecnico che proviene da un servizio molto attrezzato di Cassa Forense, direi una vera eccellenza.
La popolazione degli iscritti alla Cassa al 31.12.2012, ha ormai superato le 170.000 unità e quella degli iscritti agli Albi le 226.000 unità.
In calo il reddito medio degli avvocati. Il bilancio dà atto del decremento del reddito medio negli ultimi quattro anni che è stato circa l’8% in termini nominali e del 17% in termini reali, con punte del 17,2% in Campania (in termini reali 27,1%) del 10,1% in Abruzzo e Molise (in termini 19,4%).
In termini assoluti il reddito medio degli avvocati (dichiarazione 2012) si attesta ora a € 47.561,00 a fronte degli € 51.314,00 del 2007, ultimo anno di crescita del dato.
Questo è un dato molto delicato che, insieme al volume di affari e al rendimento del patrimonio dovrà essere costantemente monitorato per provvedere, in caso di scostamento negativo rispetto al bilancio tecnico, alle opportune correzioni di rotta su prestazioni e contributi.
Per quanto riguarda le caratteristiche demografiche degli iscritti a Cassa Forense viene evidenziato che per circa il 50% è composta di infra-quarantacinquenni e distribuita in modo non uniforme sul territorio nazionale.
Basti pensare che il rapporto «numero avvocati ogni mille abitanti» vede punte del 6,8% per la Campania, 5,6% per il Lazio, 5,5% per Campania e Puglia a fronte del 2,1% per il Piemonte, 2,3% per il Veneto e 2,9% per la Lombardia, senza tener conto delle Regioni più piccole con rapporti ancora più bassi (Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia).
La forte femminilizzazione che ha caratterizzato sempre più, negli ultimi decenni, la professione forense, può costituire un elemento di preoccupazione per gli scenari previdenziali, se è vero com’è vero, che il reddito medio delle donne avvocato è di circa il 54% inferiore a quello dei colleghi uomini.
A fronte del dato nazionale di € 47.561,00, infatti, il reddito medio della popolazione maschile si attesta a € 62.113,00 mentre quello della popolazione femminile si ferma a € 28.557,00.
Per contro la quota di presenza femminile nella professione forense è fortemente lievitata negli ultimi decenni passando dal 15% del 1991, al 30% del 2001 fino a raggiungere il 43% del 2012, non altrettanto si può dire della rappresentanza ma le elezioni sono prossime e quindi possiamo sperare!
Gli scenari previdenziali futuri sono resi ancora più incerti dal forte, inevitabile impatto che avrà sul sistema l’ingresso di circa 56.000 nuovi iscritti, percettori di bassi redditi, a seguito dell’iscrizione obbligatoria a Cassa Forense, sancita dall’art. 21, comma 8, della legge 247/2012.
Siamo in attesa del regolamento di attuazione, previsto dal comma 9 dello stesso articolo 21, le cui anticipazioni sono già state da me commentate.
Sul versante della gestione previdenziale va detto che Cassa Forense ha portato a un significativo abbattimento dei tempi di liquidazione delle prestazioni attestatesi, in media, sui 2/3 mesi.
Chi scrive ha maturato la pensione di vecchiaia a far tempo dal 1° maggio 2013 e con il corrente mese di giugno si è già visto accreditare il primo rateo di pensione maturato e quindi nulla da dire sulla tempistica di istruttoria delle pratiche di pensione .
La spesa complessiva per pensioni si è attestata a € 672.212.433,01 con un incremento, rispetto allo scorso esercizio, di circa il 4,6%.
Il numero dei trattamenti previdenziali complessivamente erogati dalla Cassa oggi è di 26.058 posizioni delle quali 12.477 costituite da pensionati attivi.
Cassa Forense per contributi ha incassato € 1.471.123.818,08 dei quali € 870.894.734,52 per contributi soggettivi, € 489.061.674,01 per contributi integrativi e € 28.326.806,77 per contributi di maternità.
Nel 2012 l’avanzo di esercizio è stato di 931,7 milioni di euro con incremento nella misura del 28% circa rispetto al preventivo originale e del 30% circa nei confronti del suo assestamento.
Un ottimo avanzo di esercizio finalmente per nulla enfatizzato nonostante il buon andamento della gestione.
L’adozione dell’ALM. E questo per chi scrive è motivo di soddisfazione perché proprio durante la mia presidenza si è adottato l’approccio di ALM – Asset and Liability Management che guida la formulazione dell’Asset Allocation mobiliare e immobiliare della Fondazione fornendo linee guida di investimento orientate a lungo termine per gestire gli attivi in funzione del debito previdenziale.
Com’è noto la tecnica ALM introdotta per prima da Cassa Forense e poi recepita anche a livello ministeriale ha l’obiettivo di accrescere il patrimonio nel lungo periodo dotandosi di una copertura probabilistica degli impegni futuri grazie ad una gestione integrata del bilancio e delle varie tipologie di rischio cui è soggetto (si pensi al rischio finanziario piuttosto che al rischio socio demografico).
Ovviamente il modello ALM non si sostituisce al bilancio tecnico che è caratterizzato da una visione deterministica ma lo affianca integrandolo grazie alla possibilità di valutare, sempre in chiave probabilistica (i tecnici usano il termine stocastico), l’effetto di distribuzione di investimenti diversi in termini di capacità di copertura e di conseguenza di allungamento del periodo di stabilità finanziaria.
La scelta di adottare l’ALM in Cassa Forense è stata dettata dalla volontà di approntare una politica di gestione improntata al rispetto degli impegni presi conservando nel tempo la patrimonializzazione e l’erogazione delle prestazioni in misura adeguata.
Questo comporta, com’è sottolineato nel bilancio, che la politica di investimento è effettuata nella ricerca della riduzione dei rischi di bilancio che si concretizzano nella misurazione delle probabilità di successo con riferimento al funding ratio e alla sua propensione al rischio misurata rispetto all’eventuale deterioramento in un arco temporale definito.
Ne consegue che la gestione dell’Asset Allocation della Fondazione non punta più al rendimento rispetto a un target deterministico come potrebbe essere la percentuale indicata nel bilancio tecnico attuariale ma punta tutto sulla coerenza del passivo con il mutare del suo ammontare in una logica di investimenti non a basso rischio ma a rischio controllato.
I risultati conseguiti sono sicuramente positivi.
E veniamo alle ombre in questa panoramica d’insieme.
La relazione degli amministratori da conto della riforma intrapresa per il rispetto della sostenibilità finanziaria per un periodo di 50 anni, imposta dal comma 24 dell’ormai noto articolo 24 del d.l. 201/2011 convertito in legge 214/2011.
Un debito previdenziale latente. Si dà atto come lo sforzo condotto a termine da Cassa Forense sia stato soprattutto quello di garantire una totale copertura finanziaria alle nuove pensioni che, per il futuro, non dovranno più generare debito previdenziale latente in quanto ciascun iscritto dovrà ottenere, in termini pensionistici, l’equivalente dei contributi versati durante la vita lavorativa, considerate le sue residue speranze di vita.
Da qui la definizione di un “retributivo sostenibile”.
Un tanto è stato possibile associando il livello di contribuzione, versato da ciascun iscritto, ad un’aliquota di rendimento unica pari all’1,40% e, soprattutto, con l’aggancio automatico alle modificazioni della speranza di vita della categoria.
Nella relazione a questo punto si legge che «a partire dal 2013, il sistema previdenziale forense cessa di produrre debito latente da scaricare sulle generazioni future e tutti i trattamenti, a regime, seguono il principio dell’autofinanziamento».
Purtroppo le cose non stanno esattamente in questi termini e spiego rapidamente il perché.
Il regolamento per le prestazioni previdenziali approvato dal Comitato dei Delegati nella seduta del 5 settembre 2012 ed entrato in vigore il 1° gennaio 2013 all’art. 4 – determinazione della quota base – al numero 5 prevede testualmente che: «A decorrere dal 2021, il Consiglio di Amministrazione, nella prima riunione successiva all’esame del bilancio tecnico triennale da parte del Comitato dei Delegati e nell’eventualità di mutate caratteristiche demografiche della categoria, provvede alla rideterminazione del coefficiente di cui al comma precedente (1,40%) adeguandolo alla variazione intervenuta nella speranza di vita della popolazione attiva degli iscritti alla Cassa».
Questo significa che la riforma entrerà pienamente in vigore soltanto nel 2021.
Con la conseguenza che sino al 2021 continuerà ad aumentare il debito previdenziale latente anche perché non si è ancora operata la distinzione tra previdenza e assistenza.
Circa € 300,00 versati da ogni iscritto vengono deviati dalla previdenza all’assistenza e quindi la copertura delle pensioni, soprattutto di quelle minime, rimane per questa quota scoperta e la scopertura crea debito.
E qui torniamo al problema del debito previdenziale latente.
Tale debito è rappresentato non solo dalle 26.058 pensioni in essere liquidate con il generoso sistema di calcolo retributivo ma anche da tutti i ratei maturati ad oggi da tutti gli iscritti incamminati verso la pensione (diritti quesiti e pro rata temporis).
A quanto ammonta tale debito previdenziale latente? Nel bilancio non l’ho trovato aggiornato.
Sulla rivista La previdenza forense del 2004 è riportato un intervento del prof. Massimo Angrisani, relatore di un convegno a Pisa di Cassa Forense dove il professore in quella occasione stimò che il debito previdenziale latente di Cassa Forense era pari, al 31.12.2003 , a 18 miliardi di euro. Ai tempi della mia presidenza il debito previdenziale latente aveva raggiunto i 25 miliari di euro. Ho ragione di ritenere che sia ulteriormente aumentato ma sarebbe bene che questo dato, per completezza previdenziale, venisse fornito nel bilancio consuntivo perché è proprio con quel dato che ci dobbiamo confrontare.
Com’è noto il debito previdenziale latente , che non si vede ma c’è, si scarica tout court sulle future generazioni di avvocati.
Personalmente sono contento perché tutti questi ragionamenti che io sto portando avanti da anni solo per passione, senza alcun interesse personale o elettorale considerandomi, ancorché non lo sia, ineleggibile, cominciano ad attecchire in Cassa Forense con successo.
Tutti sanno che io avrei preferito la opzione al sistema di calcolo contributivo equo e solidale per tutti, ma ci arriveremo.
A questo punto però si dovrebbe affrontare il problema dell’ammortamento del debito previdenziale latente per evitare di scaricarlo sulle future generazioni di avvocati le quali, altrimenti, dovranno contribuire per finanziare prima di tutto le pensioni in essere e solo successivamente le proprie.
L’ammortamento del debito previdenziale. Secondo me bisogna avere il coraggio di avviare un piano di ammortamento del debito previdenziale della durata diciamo di 50 anni attraverso una contribuzione speciale da porre proporzionalmente a carico di chi abbia usufruito, in tutto o in parte (diritti quesiti e pro rata temporis) dei benefici elargiti, creando debito, dal generoso sistema di calcolo retributivo.
Una prima mossa potrebbe essere quella di ridurre le spese contenendo al massimo, ad esempio, il numero dei delegati. L’informatica e le videoconferenze oggi consentono agli iscritti di poter accedere direttamene ai servizi offerti da Cassa Forense e quindi nel tempo è venuta meno la necessità della presenza sul territorio di un referente quale è sempre stato il delegato.
A mio modo di vedere sarebbe sufficiente un delegato per ogni distretto di Corte di Appello, con qualche piccola variante per i distretti particolarmente numerosi; in contemporanea avviando politiche macroeconomiche di contenimento dei costi attraverso collaborazioni, sinergie, accorpamenti con altre Casse similari.
Mi riservo quindi di tornare sull’argomento non appena il bilancio consuntivo sarà approvato offrendo all’attenzione del Comitato dei Delegati queste mie osservazioni.
Concludo con un’ultima annotazione, sicuramente positiva, e il merito della quale deve andare a tutti coloro che hanno collaborato al successo, perchè nell’anno 2012 si è dato avvio al più grande progetto di integrazione software dell’area extraistituzionale mai avvenuto all’interno dell’Ente. È stata, infatti, adottata una piattaforma unica che comporta l’integrazione di alcuni servizi su un unico software cosicché il bilancio 2012, certificato, è il primo frutto dell’integrazione realizzata.
Purtroppo però anche una brutta notizia extra bilancio dell’ultima ora nel senso che è stata depositata la sentenza n. 5938/2013 con la quale il TAR del Lazio ha affermato che «il legislatore ha quindi ritenuto di attribuire con legge la natura pubblica agli enti indicati nei predetti elenchi ISTAT e l’interprete, di fronte ad una qualificazione espressa in tal senso mediante uno strumento primario di legificazione, non può che limitarsi a prendere atto di tale scelta legislativa, a sua volta sindacabile solo nei limiti della irragionevolezza sotto eventuali vari profili, accertabile com’è noto però solo dal giudice delle leggi».
E nel caso di specie il TAR Lazio ha disatteso tutti i profili di illegittimità sollevati.
Siamo alla politica del carciofo: prima si inseriscono le Casse negli elenchi ISTAT per l’individuazione degli organismi pubblici, poi si legifera attribuendo natura normativa agli elenchi e quindi si toglie senza nulla dare il che, in un corretto ordinamento giuridico, non è proprio il massimo.