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PROFESSIONE

Previdenza forense | 28 Maggio 2013

L’avvocato ... tra cambiamento e futuro: i temi della protezione sociale

di Paolo Rosa - Avvocato

E’ il tema conduttore della road show che Cassa Forense, con lodevole impegno, sta portando in giro per l’Italia e che il 31 maggio farà tappa a Genova. Anche in considerazione del fatto che la figura dell’avvocato titolare dello studio individuale con 2 o 3 collaboratori, un po’ tuttologo, non esiste più. Infatti, oggi il marketing legale punta alle associazione professionali, ai mega studi interprofessionali e alle società tra professionisti dove venga offerta l’assistenza a 360 gradi basata su professionisti espertissimi in settori specifici del diritto. L’avvocato tradizionale quindi deve cambiare se vuole avere un futuro e lo deve fare subito perché la società non aspetta.

Gian Paolo Prandstraller pubblica nel 2011 per l’editore Franco Angeli il saggio La rinascita del Ceto Medio. L’opera comincia col capitolo Perché il ceto medio deve risorgere? e affronta il problema della risorgenza del ceto medio dopo la caduta del “vecchio” ceto medio (composto quest’ultimo da titolari di negozi, piccoli proprietari e rentier, impiegati, intellettuali, professionisti vecchia maniera). L’autore individua le componenti del nuovo ceto medio nelle seguenti categorie: piccoli imprenditori tecnologici, professionisti e tecnici, creativi, addetti qualificati alle organizzazioni professionali e burocratiche, civili e militari. Concetto di fondo dell’opera è il seguente: nei grandi paesi di recente sviluppo economico (cioè India, Cina, Brasile) il passaggio allo sviluppo capitalistico è attribuibile in larga parte ad un ceto medio emergente: è dunque impensabile che nei paesi di più antica esperienza industriale non si debba rivalutare il ceto medio, che fa funzionare tutti i grandi servizi. Nel saggio è contenuta una critica al corporativismo italiano alla luce della progressiva involuzione di due caposaldi su cui esso si basava: i grandi Sindacati dei lavoratori dipendenti e Confindustria, cioè l’Associazione degli imprenditori, anch’essa sfidata dal recente exploit della Fiat”.
La figura dell’avvocato titolare dello studio individuale con 2 o 3 collaboratori, un po’ tuttologo, non esiste più travolto dai tempi.
Oggi il marketing legale punta alle associazione professionali, ai mega studi interprofessionali e alle società tra professionisti dove venga offerta l’assistenza a 360 gradi basata su professionisti espertissimi in settori specifici del diritto.
L’avvocato tradizionale quindi deve cambiare se vuole avere un futuro e lo deve fare subito perché la società non aspetta.
Come escono gli avvocati dalla crisi che li sta attanagliando? Sempre Gian Paolo Prandstraller, in un recente intervento sul Corriere della Sera, ha affrontato il tema con grande lucidità in questi termini: «
“Cercherò di rispondere al difficile interrogativo ricorrendo al concetto di outsourcing. La parola significa “esternalizzazione”; originariamente alludeva al fatto che le imprese ricorrono ad altre imprese, esterne, per svolgere attività e servizi  che le stesse non hanno convenienza ad attuare al proprio interno.
Ho sostenuto più volte che è arrivato il momento di utilizzare
l’outsourcing a vantaggio delle professioni intellettuali, applicandolo alla Giurisdizione e alla Pubblica Amministrazione; portando fuori cioè da questi settori molte attività che l’una e l’altra per eccessivo carico di lavoro non sono in grado di svolgere.
La nozione oggi ha potenzialità tali da aprire una via di salvezza alla professione di avvocato che, per molte e ben note ragioni, si trova in una situazione precaria,
ed ha urgente bisogno d’incrementare le proprie aree di operatività.  L’idea è questa: lasciare alla Giurisdizione e alla P.A. le funzioni di “decisione”; assegnare invece ai professionisti quelle di accertamento e di esecuzione.
Alleggerire in tal modo giudici e funzionari
da una serie di compiti che possono essere svolti all’esterno; conferire incarichi a professionisti per gli accertamenti e i processi di esecuzione di natura non decisoria. Occorre vedere come tale principio potrebbe essere attuato nei riguardi degli avvocati.
A questo proposito entra in gioco specialmente
il codice di procedura civile che potrebbe essere modificato nel senso appena indicato, ma anche quello civile, riguardo per esempio alla sezione che concerne i contratti come fonti di obbligazioni:
- Si potrebbero attribuire ad avvocati e notai
tutti gli accertamenti tecnici preventivi (ossia i procedimenti con cui si accerta una determinata situazione per darne prova in sede di giudizio).   – L’emissione dei decreti ingiuntivi (in cui si tratta di stabilire se esiste o meno un atto scritto che attesti l’esistenza d’un credito). – lasciando ovviamente al giudice tutto il processo di opposizione.
- Le separazioni personali consensuali. – Le convalide di sfratto per scadenza del termine.  -
Le divisioni consensuali.
- Gli inventari in ambito successorio. e così via…, i casi cioè in cui si tratta di accertare l’esistenza
d’una determinata situazione dalla quale deriva una diretta conseguenza legale.
Andrebbero attribuite agli avvocati tutte le notifiche e il rilascio di copie autentiche; e ciò sotto la sorveglianza del Consiglio dell’Ordine. È assurdo infatti che molto tempo vada perduto per queste attività aspettando a lungo, come accade, la disponibilità di ufficiali giudiziari, cancellieri, ecc.
L’intero procedimento di esecuzione mobiliare
può essere trasferito agli avvocati, incluso il pignoramento e l’asta dei beni pignorati, anche qui sotto la sorveglianza del Consiglio dell’Ordine. Domanda: perché è attribuita agli avvocati, e ai notai, l’esecuzione immobiliare (a livello dell’atto di pignoramento) e non lo è quella mobiliare?
La contraddizione è inspiegabile.
Se l’esecuzione mobiliare potesse essere trasferita agli avvocati questi professionisti potrebbero ricavarne un aumento notevole di attività e godere delle remunerazioni conseguenti.
Veniamo ora ai contratti, riguardo ai quali sorgono spesso cause di lunga durata sull’interpretazione delle volontà delle parti. È attualmente  difficile trasformare il contratto in “titolo esecutivo”,
ossia in titolo che può dar luogo immediatamente all’esecuzione. Esistono, com’è noto, alcuni contratti che sono per sé stessi titoli esecutivi, come la cambiale e l’assegno, altri che possono essere trasformati in titoli esecutivi mediante decreto ingiuntivo, come il riconoscimento di debito.
Uno dei problemi più urgenti – se si vogliono evitare lunghe cause di accertamento – è quello di creare  “transazioni” immediatamente esecutive.
Potrebbe essere stabilito che quando una transazione sia sottoscritta dalle parti (assistita ciascuna dal proprio avvocato) essa costituisca tout-court titolo esecutivo per tutte le obbligazioni contenute nella stessa, specialmente quelle di natura pecuniaria. Attraverso questo accorgimento gli avvocati potrebbero riprendersi una parte della contrattualistica oggi passata per lo più ad altri operatori.
Concludo dicendo che lo outsourcing è possibile anche per i procedimenti amministrativi. P
er tale settore si potrebbe lasciare alla P.A. la parte decisoria dei procedimenti, trasferendo a professionisti esterni le operazioni accertative, in pratica le attività che attestano l’esistenza di certe situazioni, o stati di cose, o requisiti che rendono legittima una concessione, un’autorizzazione, ecc.
Anche in questo campo gli avvocati potrebbero avere molto da fare, insieme con ingegneri, tecnici, notai, ecc. La cosa
dovrebbe essere studiata accuratamente anche perché il processo di outsourcing nei procedimenti amministrativi è già operativo in vari casi. Molto lavoro potrebbe essere risparmiato alla P.A. e un vantaggio notevole derivare per tali interventi a professionisti che hanno bisogno d’incrementare la propria attività».
Come ha scritto su facebook il grande Giuseppe Valenti «La magistratura statale è un monopolio autoreferenziale senza controllo: anzi da quando si è messa a giudicare anche l’opportunità delle leggi (vedi geografia giudiziaria) è l’ultimo potere assoluto dell’occidente».
Un’Avvocatura nuova, forte e coesa. Per contrastare tale potere ci vuole un’Avvocatura nuova, forte e coesa che sappia anche andare oltre la giurisdizione statuale intercettando i bisogni e le ansie della collettività.
C’è urgenza di una nuova classe dirigente in grado di governare i processi globali per evitare che le tensioni degenerino in conflitto.
«La storia ci insegna quanto il rischio che si passi dalla cooperazione al conflitto sia tutt’altro che remoto, soprattutto dopo lunghe crisi economiche come quella che stiamo attraversando» (prof. Tito Boeri, direttore del Festival dell’Economia di Trento che aprirà i battenti dal 30 maggio al 2 giugno 2013).
Nello stesso tempo anche la previdenza forense non potrà essere più quella di una volta come sola redistributrice di reddito al pensionamento.
Bisogna cambiare prospettiva in funzione della crescita utilizzando tutte le risorse disponibili per sostenere il reddito dell’Avvocatura italiana; se il reddito decresce – come sta accadendo – la contribuzione è compromessa e così anche la pensione.