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PROFESSIONE

Previdenza forense | 17 Maggio 2013

L’Avvocatura, i numeri e il patto intergenerazionale

di Paolo Rosa - Avvocato

  Nella relazione presentata nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario 2013, Ernesto Lupo, Presidente della Corte di Cassazione, scrive (pag. 32): «Il numero degli avvocati è da molti, sia a livello scientifico che politico, riconosciuto come dato (esagerato), che deve essere messo in rapporto con la quantità di domanda di giustizia. Come già evidenziato negli anni precedenti, su questo terreno l’Italia continua a occupare il primo posto. Sulla base dei dati 2010 in Italia gli avvocati erano 211.962 ma nell’agosto 2012 gli iscritti all’Albo erano 247.040, pari a 349,6 per centomila abitanti e 31,9 per giudice professionale, mentre in Germania erano 155.679 con 190,4 per centomila abitanti e 7,9 per giudice professionale, in Spagna 125.208 con 272,3 per centomila abitanti e 26,7 per giudice professionale; in Francia 51.758 con 79,6 per centomila abitanti e 7,5 per giudice professionale».  

 

I numeri dell’Avvocatura italiana, anche in relazione agli Stati europei, si commentano da soli.
Come chiosava il mio amico avv. Andrea Zavagli di Firenze in situazioni come quella italiana servono «fatti e non pugnette».
Ridisegnare il patto intergenerazionale per dare speranza al futuro. Io credo che per cercare di ridisegnare il patto intergenerazionale fra gli avvocati italiani e dare una speranza al futuro di questa nobile professione sia necessario:
Avviare un processo di ringiovanimento, con larga presenza femminile dato che ormai il 50% della avvocatura è donna, della classe dirigente con nuove e più stringenti regole di governance;
Introdurre nelle Università il numero programmato per la professione forense;
Introdurre come requisito per la liquidazione della pensione di vecchiaia, come già è per la pensione di anzianità, l’obbligo di cancellazione da tutti gli Albi una volta raggiunta la età di 70 anni;
costante monitoraggio della situazione forense per far ripartire il PIL della Avvocatura.
Mi sono già arrivate le numerose proteste dei colleghi pensionati i quali invocano il loro diritto costituzionale a proseguire l’attività forense pur godendo del trattamento di pensione di vecchiaia.
In una visione statica e normale certamente avrebbero ragione ma in una visione dinamica e caotica quale è quella attuale si tratta solo della conservazione di un privilegio che non ci possiamo più permettere.
Segnalo al riguardo che la Corte di Giustizia Europea con la sentenza depositata il 12.01.2010 nella causa C-341/08, pur ribadendo che non sono consentite discriminazioni in base all’età, ha affermato che tali discriminazioni diventano legittime se dagli Stati membri oggettivamente giustificate.
Ed infatti ha affermato la Corte di Giustizia Europa l’art. 6, n. 1, della direttiva 2000/78 deve essere interpretato nel senso che esso non osta ad una misura restrittiva in base all’età qualora quest’ultima abbia come obiettivo la ripartizione delle possibilità di occupazione tra le generazioni se, tenuto conto della situazione del mercato del lavoro interessato, tale misura risulti appropriata e necessaria per raggiungere tale obiettivo.
Secondo i dati offerti da Cassa Forense la generazione di avvocati di età compresa tra i 65 e i 70 anni si colloca al terzo posto tra quelle produttrici di maggior reddito.
Da introdurre il divieto di cumulo tra pensione e reddito professionale. Se vogliamo dare ai nostri giovani una opportunità di lavoro nella libera professione forense è opportuno che per almeno una ventina d’anni sia introdotto il divieto di cumulo tra pensione di anzianità o di vecchiaia e l’esercizio della professione forense. E non si dica che gli avvocati pensionati settantenni rimarrebbero senza possibilità di lavoro perché potrebbero utilmente impiegare tutte le loro energie lavorative sia nelle varie attività giurisdizionali di tipo onorario che in quelle di consulenza e comunque di aiuto alle giovani generazioni.
Dal divieto di cumulo tra pensione e reddito professionale, Cassa Forense non subirebbe alcun danno perché il PIL così inibito alle generazioni più anziane andrebbe per automatica ricaduta ad aumentare il reddito delle generazioni più giovani.
In una ventina d’anni restringendo le regole per l’accesso alla professione attraverso il numero programmato e imponendo, ex lege, in base alla autonomia normativa che Cassa Forense ha, le uscite dalla professione, il numero degli avvocati italiani potrebbe stabilizzarsi su parametri più compatibili con la realtà europea.
Certamente non sarà facile ma bisogna almeno provarci.
Il Governo Letta, dopo l’aumento dell’età pensionabile conseguente al Salva Italia e alla Riforma Fornero, propone oggi il ritorno alla flessibilità nel pensionamento agevolato proprio per aprire opportunità alla disoccupazione giovanile. E’ una manovra costosa che probabilmente non si potrà realizzare.
L’Avvocatura con i suoi soli mezzi può fare di più rinsaldando quel patto intergenerazionale che sta alla base del sistema di finanziamento a ripartizione delle nostre pensioni.