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PROFESSIONE

previdenza forense | 03 Settembre 2012

Il punto su Cassa Forense: il futuro previdenziale dell’Avvocatura italiana

di Paolo Rosa - Avvocato

Cassa Forense è finanziata dal sistema a ripartizione (usa i contributi per pagare le pensioni) e liquida pensioni con il calcolo retributivo che è molto generoso con tutti gli iscritti regalando, dopo la riforma del 2010, il 40% della pensione perché la contribuzione versata, integrativo e soggettivo, copre a malapena il restante 60%. Tale generosità ha creato nel tempo un debito previdenziale stimabile tra i 25 e i 28 miliardi di euro a fronte di un patrimonio di soli 5 miliardi di euro.

 

L'art. 24, comma 24, legge n. 214/2011 ha imposto anche a Cassa Forense di dare prova, attraverso il bilancio tecnico, di avere un saldo previdenziale (entrate contributive meno uscite per prestazioni) attivo per 50 anni.
Cassa Forense il 5 settembre prossimo si accinge a varare una riforma allo scopo, prevedendo:
- la stabilizzazione dell’aumento del contributo integrativo dal 2 al 4 % oggi assentito dai Ministeri vigilanti solo fino al 2015;
- la deviazione dell'1% di contribuzione modulare obbligatoria sul contributo soggettivo che passa al 14 %;
- un ulteriore aumento del contributo soggettivo secondo una scaletta da definire;
- la abolizione della franchigia dei peggiori 5 anni nel calcolo della pensione;
- un ritocco al ribasso dei coefficienti di calcolo della pensione.
Un lifting regolamentare che non affronta e né prova a risolvere i gravi problemi previdenziali che l’Avvocatura denuncia. E che sono:
- 60mila avvocati iscritti all'Ordine ma NON a Cassa Forense né tantomeno  alla Gestione separata dello INPS e quindi privi di copertura previdenziale in gran parte residenti nel centro-sud d'Italia;
- 60mila avvocati, per di più giovani, iscritti all'Ordine e a Cassa Forense ma in difficoltà economica aggravata dall’attuale emergenza economico finanziaria al punto da far fatica a versare anche la sola contribuzione minima obbligatoria L’avvio da parte di Cassa Forense delle procedure per il recupero di 60 milioni di euro di contributi non versati ne è la prova oggettiva;
- 20mila avvocati pari all'11,8% del totale (circa 160mila iscritti) che dichiarano redditi sopra il tetto pensionabile dei 90 mila euro e versano sul supero il 3% a titolo di solidarietà e che chiedono l’innalzamento del tetto pensionabile.
La riforma in corso probabilmente garantirà la sostenibilità della generosità del sistema retributivo attuale senza però affrontare, anzi aggravandoli, i problemi di chi non riesce a iscriversi per via del reddito basso e di chi, iscritto, versa in difficoltà economiche per la caduta del PIL dell’Avvocatura.
L’opzione al sistema di calcolo contributivo avrebbe invece privilegiato la funzione assicurativa-attuariale che prevede la restituzione nel tempo di quanto versato da ciascun iscritto attraverso l’erogazione della rendita pensionistica senza alcuna regalia.
L’opzione al contributivo avrebbe consentito, come è già per la gestione autonoma dello INPS, ma come è anche per Inarcassa, l'Ente più vicino nei numeri e nella struttura a Cassa Forense, di abolire la contribuzione minima obbligatoria e le regole reddituali della continuità professionale cosi consentendo l’equazione ISCRITTO ORDINE = ISCRITTO CASSA FORENSE.
L'occasione era storica ma Cassa Forense si è avvitata nella difesa del privilegio del retributivo che sarà per poche coorti di iscritti scaricando sulle giovani generazioni un debito previdenziale insostenibile.
Erano necessari strumenti idonei per costruire la struttura del futuro previdenziale della Avvocatura italiana prima di andare a vedere che cosa accadrà dopo il 30 settembre 2012 quando i Ministeri valuteranno il quadro normativo alla luce della legge 214/2011.
Il problema degli esodati e degli esodandi che tanto allarme ha destato nel Paese si propone anche nella Avvocatura italiana. 
Serviva metodo, maggiore preparazione e un po' di sangue freddo per scavalcare le difficoltà.
Vedremo come andrà a finire!