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COMUNITARIO e INTERNAZIONALE

trasporti | 10 Settembre 2020

Un’applicazione per smartphone che mette in contatto clienti e tassisti costituisce un servizio della società dell’informazione

di La Redazione

L’Avvocato Generale della Corte di giustizia dell’Unione Europea ha concluso che un servizio consistente nel mettere in collegamento diretto, tramite un’applicazione elettronica, clienti e tassisti costituisce un servizio della società dell’informazione.

(Avvocato Generale CGUE, conclusioni 10 settembre 2020, C-62/19)

Con un comunicato del 10 settembre 2020, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha reso note le conclusioni dell’Avvocato Generale sulla questione che ha visto coinvolta una società di Bucarest, quale gestore di un’applicazione per smartphone che mette in collegamento diretto gli utenti di servizi di taxi con i tassisti. In particolare, alla società era stata inflitta un’ammenda per aver violato la normativa che aveva esteso la portata dell’obbligo di chiedere un’autorizzazione per l’attività di dispatching anche ai gestori di applicazioni informatiche.
A tal proposito, il Tribunale di Bucarest aveva chiesto alla Corte di giustizia se un servizio consistente nel mettere in collegamento diretto, tramite un’applicazione elettronica, clienti e tassisti potesse costituire un servizio della società dell’informazione.

 

Ebbene, l’Avvocato Generale Szpunar ha concluso che il servizio proposto dalla società in questione corrisponde alla definizione di servizio della società dell’informazione di cui alla direttiva sul commercio elettronico, in quanto si tratta di un servizio prestato dietro retribuzione, a distanza, per via elettronica e a richiesta individuale di un destinatario di servizi.
L’Avvocato Generale afferma anche che «la direttiva sul commercio elettronico non osta all’applicazione, nei confronti di un prestatore di un servizio della società dell’informazione, di un sistema di autorizzazione applicabile a prestatori di servizi economicamente equivalenti che non costituiscono servizi della società dell’informazione» e, infine, che «la direttiva 2006/123 osta all’applicazione di un siffatto regime di autorizzazione, a meno che quest’ultimo non sia conforme ai criteri sanciti in tale testo normativo, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare».