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COMUNITARIO e INTERNAZIONALE

immigrazione | 15 Maggio 2019

La CGUE sulla revoca e il rifiuto del riconoscimento dello status di rifugiato

di La Redazione

Dall’esame dell’art. 14, paragrafi da 4 a 6, della direttiva 2011/95/UE, recante norme sull’attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della protezione riconosciuta, non risultano elementi tali da incidere sulla validità delle menzionate disposizioni alla luce dell’articolo 78, paragrafo 1, TFUE e dell’articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

(Corte di Giustizia UE, Grande Sezione, sentenza 14 maggio 2019, cause riunite C-8209;391/16, C-8209;77/17 e C-8209;78/17)

Così la Corte di Giustizia dell’Unione Europea con la sentenza di ieri, 14 maggio, sulle cause riunite C-391/16, C-77/17 e C-78/17 (ECLI:EU:C:2019:403).

 

Le vicende. La questione è nata in Belgio ed in Repubblica Ceca dove alcuni cittadini extracomunitari, titolari o richiedenti dello status di rifugiato secondo i casi, si sono visti revocare detto status o negare il riconoscimento del medesimo sulla base delle disposizioni della direttiva 201/95/UE sui rifugiati che consentono l’adozione di misure del genere nei confronti delle persone che rappresentano una minaccia per la sicurezza o, essendo state condannate per un reato particolarmente grave, per la comunità dello Stato membro ospitante. Gli interessati hanno contestato tali provvedimenti dinanzi alle competenti autorità nazionali le quali hanno rimesso alla Corte di Giustizia la questione della conformità di tali disposizioni con la Convenzione di Ginevra del 12 dicembre 2013 relativa allo status di rifugiati.

 

Status di rifugiato. La Corte ha premesso che « benché la direttiva stabilisca un sistema di protezione dei rifugiati specifico dell’UE, essa è fondata nondimeno sulla Convenzione di Ginevra e mira a garantirne il pieno rispetto». Ne consegue che «fintanto che il cittadino di un paese extra-UE o un apolide abbia un fondato timore di essere perseguitato nel suo paese di origine o di residenza, questa persona dev’essere qualificata come rifugiato ai sensi della direttiva e della Convenzione di Ginevra e ciò indipendentemente dal fatto che lo status di rifugiato ai sensi della direttiva le sia stato formalmente riconosciuto».
Il riconoscimento formale dello status di rifugiato comporta infatti il conseguente riconoscimento del complesso dei diritti e benefici previsti dalla direttiva per questo tipo di protezione internazionale, tra i quali diritti equivalenti a quelli contenuti nella Convenzione di Ginevra.
In conclusione «la revoca dello status di rifugiato o il diniego del riconoscimento non hanno l’effetto di far perdere lo status di rifugiato a una persona che abbia un timore fondato di essere perseguitata nel suo paese d’origine. Difatti, benché una persona siffatta non possa, o non possa più, godere del complesso dei diritti e dei benefici che la direttiva riserva ai titolari dello status di rifugiato, essa gode o continua a godere di un certo numero di diritti previsti dalla Convenzione di Ginevra. A tale riguardo la Corte precisa che una persona, avente lo status di rifugiato, deve assolutamente disporre dei diritti sanciti dalla Convenzione di Ginevra ai quali la direttiva fa espresso riferimento4 nel contesto della revoca e del diniego del riconoscimento dello status di rifugiato per i suddetti motivi, nonché dei diritti previsti da tale convenzione il cui godimento esige non una residenza regolare, bensì la semplice presenza fisica del rifugiato nel territorio dello Stato ospitante». La Corte conclude che le disposizioni in questione sono conformi alla Convenzione di Ginevra e alle norme della Carta e del TFUE che impongono il rispetto di tale convenzione.