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COMUNITARIO e INTERNAZIONALE

professione forense | 07 Maggio 2019

La CGUE dichiara illegale l’incompatibilità tra lo status di religioso e quello di avvocato

di Giulia Milizia

L’art. 3 §. 2 della direttiva 98/5/CE, volta a facilitare l’esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquistata la qualifica, dev’essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale, la quale vieta a un avvocato avente lo status di monaco, iscritto come avvocato presso l’autorità competente dello Stato membro di origine, di iscriversi presso l’autorità competente dello Stato membro ospitante al fine di esercitare ivi la sua professione utilizzando il suo titolo professionale di origine, a causa dell’incompatibilità tra lo status di monaco e l’esercizio della professione forense, che detta normativa prevede.

(Corte di Giustizia UE, Grande Sezione, sentenza 7 maggio 2019, C-431/17)

È quanto stabilito dalla CGUE nella sentenza EU:C:2019:368, C-431/17 del 7 maggio 2019 su una vicenda che presenta molte analogie col nostro ordinamento: anche in Italia ex art. 3 r.d.s. n. 1578/33 il ministro di culto non può svolgere la professione forense (incompatibilità assoluta tra le due figure).

 

Il caso. Il monaco ricorrente esercitava il suo ministero presso il Monastero di Petra in Grecia. Avendo conseguito l’abilitazione forense a Cipro, chiese al COA di Atene l’iscrizione nel registro speciale (avvocati stabiliti), ma gli fu rifiutata, perché, per la legge greca, le due figure (ministro di culto e legale) sono incompatibili: questa restrizione però non è prevista dalla Direttiva. Il principio basilare che regola l’attività degli avvocati stabiliti è il rispetto anche delle normative dello Stato ospitante e, nel nostro caso, sancisce l’incompatibilità assoluta. Il COA «ritiene che lo status di monaco non consenta a quest’ultimo di presentare, conformemente a tali regole e a tali principi, garanzie quali, segnatamente, l’indipendenza rispetto alle autorità ecclesiastiche da cui dipende, la possibilità di dedicarsi interamente all’esercizio della professione forense, l’attitudine a gestire controversie in un contesto conflittuale, la fissazione del suo studio reale all’interno del circondario del tribunale interessato e il rispetto del divieto di fornire servizi a titolo gratuito». Il Consiglio di Stato investito del gravame presentato dal monaco, che considera questi vincoli incompatibili con l’art. 3 Direttiva 98/5, ha sollevato una pregiudiziale per ottenere un’esegesi di questa norma dalla CGUE che ha risposto come in epigrafe.

 

Si possono servire le due Curie (religiosa e laica/tribunale). La ratio della Direttiva è facilitare l’esercizio della professione forense in uno Stato diverso da quello in cui si è ottenuta l’abilitazione (art. 1), sì che chiunque sia in possesso dei dovuti requisiti in patria può esercitare in modo permanete in qualsiasi altro Stato dell’UE (artt. 2, 3, 6, Considerando 2, 6 ed 8). Orbene visto che il fine è il reciproco riconoscimento dei titoli professionali degli avvocati che desiderino esercitare in uno Stato diverso da quello di origine, usando il titolo ivi conseguito e che la Direttiva armonizza i requisiti preliminari richiesti per l’uso del diritto di stabilimento che essa istituisce. La presentazione alla competente autorità del paese ospitante del titolo che abilita alla professione forense in patria (certificato d’iscrizione all’equivalente autorità nello Stato d’origine) è l’unica condizione cui può essere subordinata tale iscrizione all’albo degli stabiliti (EU:C:2014:2088). Gli avvocati stabiliti, però, come ogni altro legale “residente”, sono soggetti alle regole e norme professionali e deontologiche del paese ospitante, pena severe sanzioni disciplinari che possono includere anche la radiazione (EU:C:2010:729). Va precisato che queste disposizioni, però, non rientrano in detta armonizzazione prevista dalla direttiva (limitata ai requisiti per l’iscrizione all’albo presso uno Stato diverso dal proprio), perciò possono presentare profonde divergenze da paese a paese. Ciascun legislatore interno, tramite queste regole, può prevedere garanzie per l’esercizio della professione e spetta al giudice di rinvio vagliare se la contestata incompatibilità ecceda quanto gli scopi perseguiti e necessario in una società democratica: «in particolare, la mancanza di conflitti di interesse è indispensabile all’esercizio della professione forense e implica, segnatamente, che gli avvocati si trovino in una situazione di indipendenza nei confronti delle autorità, dalle quali è opportuno che essi non siano assolutamente influenzati». In ogni caso tali disposizioni «per essere conformi al diritto dell’UE devono rispettare, segnatamente, il principio di proporzionalità, il che implica che esse non eccedano quanto necessario al raggiungimento degli obiettivi perseguiti». Nella fattispecie vietare ad un monaco, che sia in possesso di una regolare abilitazione forense, l’esercizio di tale professione, per la CGUE, è incompatibile con il diritto comunitario per i motivi sinora esplicati.