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COMUNITARIO e INTERNAZIONALE

maltrattamenti | 02 Marzo 2017

L’inerzia dell’Italia nella protezione delle donne vittime di violenza è una discriminazione

di Giulia Milizia

Dura condanna della CEDU in un caso di gravi e ripetute violenze domestiche contro la moglie ed i figli. L’Italia, sottostimandole, non considerando la peculiare vulnerabilità psico-fisica, morale e materiale della vittima, restando inerte ha creato un contesto d’impunità a favore dell’uomo. Questa inerzia, la violazione dei suoi doveri di protezione e la passività giudiziaria hanno de facto avallato il comportamento del coniuge violento ed hanno discriminato la moglie, considerata assieme ai figli vittima di maltrattamenti sanzionabili ex art. 3.

Ogni volta che lo Stato omette, come è suo dovere, di proteggere una donna dalle violenze (domestiche, stalking etc.) commette una discriminazione. È quanto deciso dalla CEDU nel caso Talpis c. Italia (ric.41237/14) (inserita nei factsheets: Domestic violence e Protection of minors), proprio all’indomani dell’approvazione di un ddl sulla tutela degli orfani dei femminicidi da parte della Camera dei Deputati. La donna viene risarcita con 40.000 euro per i danni morali, le spese di lite etc..
Si segnalano le interessanti opinioni concordanti e dissenzienti dei giudici in calce alla sentenza.

Il caso. La ricorrente è una straniera (rumena e moldava) sposata con un moldavo affetto da alcolismo e violento. Tra il 2012 ed il 2013 subì violenze domestiche, fu minacciata ed aggredita dal marito con un coltello, che sotto la minaccia di quest’arma l’aveva costretta anche a rapporti sessuali con i suoi amici. Fu anche fermato dalla polizia per strada: malgrado fosse ubriaco ed armato e la moglie avesse ferite evidenti, ricevette solo una multa per porto abusivo d’arma. Lei arrivò a denunciarlo, ma poi ritrattò le sue accuse: il PM ordinò misure urgenti e l’affidamento ai servizi sociali che però non la poterono aiutare perché privi di fondi.
La donna dormì per strada, a casa di amici e poi, avendo trovato un lavoro come badante, affittò un appartamento, ma ciò non bastò a liberarsi dalle pressioni psicologiche dell’uomo. Alcuni mesi più tardi, dopo l’ennesima lite, l’uomo venne ricoverato in ospedale in stato d’ebbrezza, ma, dopo l’identificazione, fu rilasciato, tornò a casa ed aggredì la moglie con un coltello ed uccise il figlio quindicenne che si era interposto per difendere la madre.
Nel 2015 arrivò la condanna all’ergastolo per l’omicidio del figlio e per quello tentato della moglie ed altri reati, condanna confermata nei successivi gradi di giudizio.

Quadro normativo. I reati in esame sono disciplinati dagli artt. 572, 582 e 583 c.p..
La l. n. 38/09 ha introdotto l’art. 612-bis c.p. (stalking), riconoscendo l’aggravante se commesso dal coniuge e contro un minore, ma le pene sono miti. La vittima può rivolgersi alla polizia ed ottenere un avvertimento dal Prefetto prima dell’eventuale processo penale. In casi gravi si possono adottare misure specifiche ed ordini di protezione: allontanamento da casa, ordini restrittivi, divieto di porto d’armi etc. (l. n. 154/01, artt. 282 ss. c.p.p.; artt. 342-bis e ter, 736-bis c.p.c.). È previsto anche l’intervento dei servizi sociali: le vittime hanno diritto a ricevere assistenza legale e medica.
Infine la l. n. 119/13 ha adottato nel nostro ordinamento la Convezione di Istanbul del 2011 sulla lotta alla violenza contro le donne e domestica. Ha introdotto il c.d. reato di femminicidio (non nominato,però, dalla Convenzione) ed ha previsto una serie di tutele (ad esempio, alle donne straniere è esteso il permesso di soggiorno), la formazione del personale e la raccolta di dati statistici. Tra le altre misure (numero verde e centri antiviolenza, recentemente il Codice rosa), viene affermato che il processo penale deve concludersi in un anno.
A livello internazionale la materia è disciplinata anche dalle varie norme CEDAW (v. amplius Rumor c. Italia del 27/5/14). Dal Dossier Istat del 2014, dalle conclusioni del relatore speciale dell’ONU sulla questione della violenza contro le donne, sulle cause e conseguenze redatte nel 2012 e dal rapporto della Onlus WAVE del 2015 emergono varie criticità sul punto.

Violazione dei doveri di tutela della vita. Nella fattispecie le nostre autorità sono state negligenti e sono venute meno ai loro doveri di proteggere la ricorrente ed il figlio: non tenendo conto della situazione di precarietà e di particolare vulnerabilità morale, fisica e materiale in cui si trovava la donna non gli hanno fornito alcuna assistenza né supporto nei sette mesi intercorsi tra la querela del 2012 e la sua audizione. Nel frattempo non hanno emesso, come era loro dovere, alcun ordine di protezione, nemmeno dopo la richiesta del PM, od adottato misure specifiche per tutelare le vittime, malgrado conoscessero e potessero conoscere le precedenti violenze.
In questo modo lo Stato ha creato un clima favorevole alla reiterazione di illeciti ed ha de facto fornito l’impunità al marito che in tutto quel tempo ricevette solo una multa per lesioni personali. Senza tralasciare poi che, la notte dell’omicidio del figlio, la polizia intervenne per ben due volte, ma non prese alcun provvedimento. L’uomo costituiva una minaccia reale ed avrebbero dovuto adottare misure di protezione immediate (Opuz c. Turchia del 2009 e Maiorano ed altri c. Italia del 15/12/09).

La violenza domestica e sulle donne è una tortura. La ricorrente rientra nella categoria di «persone vulnerabili» bisognose di protezione dallo Stato, tutelata dall’art.3 Cedu. Le violenze, quando si traducono in lesioni personali e pressioni psicologiche sufficientemente gravi, si inseriscono nei maltrattamenti sanzionati da questa norma (M.B. cv. Romania del 3/11/11). Come sopra detto le negligenze e l’inerzia delle nostre autorità si traducono in una passività giudiziaria: è un maltrattamento della donna, poiché lascia impunito il marito violento. Non è chiaro perché il processo per lesioni sia durato 3 anni, anziché essere rapido come previsto dalla legge e dalle norme della Cedu.

Stato inerte: donna discriminata. La prassi della CEDU riconosce una discriminazione della donna, in quanto tale, ogni volta che non sia nelle condizioni di godere delle tutele previste dalla legge (TM e CM c. Moldavia del 28/1/14): lo Stato ha il dovere di proteggerla dalle violenze. I suddetti dossiers ed i dati statistici, prodotti come prova dalla ricorrente, denunciano un preoccupante aumento di questi illeciti e dei femminicidi, malgrado le riforme attuate dall’Italia ed una prassi socio-culturale incredibilmente tollerante.
In conclusione per la CEDU le violenze subite dalla ricorrente devono essere considerate come fondate sul sesso e come tali riconducibili ad una forma di discriminazione, tanto più che sono state sottostimate dal nostro Stato con la sua colpevole inerzia che ha finito per avallarle (in violazione dell’art. 14, in combinato con gli artt. 2 e 3 Cedu).



Qui il testo integrale della sentenza CEDU del 2 marzo 2017, caso Talpis c. Italia (ric.41237/14)