POLITICA SULL'UTILIZZO DEI COOKIE - GIUFFRE' FRANCIS LEFEBVRE SPA

Questo sito utilizza cookie di profilazione di prima parte per offrirti un miglior servizio e per trasmetterti comunicazioni in linea con le attività svolte durante la navigazione. Puoi impedire l'utilizzo di tutti i Cookie del sito cliccando MAGGIORI INFORMAZIONI oppure puoi acconsentire all'archiviazione di tutti quelli previsti dal sito cliccando su ACCONSENTI.

Continuando la navigazione del sito l'utente acconsente in ogni caso all'archiviazione degli stessi.


> Maggiori informazioni

Acconsenti

Abbonamento scaduto
Abbonamento inattivo
Numero massimo utenti raggiunto
Utente non in CRM
Manutenzione
martedì 26 maggio 2020
Accedi   |   Contatti   |   Newsletter   |   Abbonamenti    Feed RSS
Notizie a cura di La Stampa.it |
COMUNITARIO e INTERNAZIONALE

immigrazione | 09 Luglio 2015

Il ricongiungimento familiare di cittadini extra-UE non deve essere reso impossibile o eccessivamente difficile

di Ivan Libero Nocera - Avvocato in Torino - Weigmann Studio Legale e professore a contratto presso l'Università di Brescia

Gli Stati UE possono esigere che i cittadini di Paesi terzi superino un esame di integrazione civica preliminarmente al ricongiungimento familiare, ma in caso di circostanze particolari è comunque possibile beneficiare dell’esenzione dall’esame e le tasse di partecipazione all’esame non devono rappresentare un ostacolo all’esercizio del diritto al ricongiungimento.

(Corte di Giustizia UE, Seconda Sezione, sentenza 9 luglio 2015, causa C-153/14)

Lo afferma la Corte di Giustizia nella sentenza relativa alla causa C-153/14 del 9 luglio 2015.
L’esame di lingua e cultura. La legislazione dei Paesi Bassi subordina il diritto al ricongiungimento familiare al superamento di un esame di base di integrazione civica da parte del cittadino del paese terzo, residente nel paese terzo, che intende raggiungere il familiare già residente nei Paesi Bassi. Tale esame include un test di lingua olandese parlata, un test di conoscenza della società olandese, nonché un test di comprensione del testo scritto. I test si svolgono presso un’ambasciata o un consolato generale nel paese di provenienza o di residenza permanente del familiare del soggiornante e si effettuano via telefono, collegato direttamente a un computer dotato di funzioni vocali. Sono previste esenzioni per i richiedenti che non sono in grado, in modo duraturo, di superare l’esame, a causa di un handicap fisico o psichico o nei casi in cui il rigetto della domanda potrebbe comportare una grave ingiustizia.
La vicenda. La fattispecie riguarda una cittadina dell’Azerbaijan e una della Nigeria che intendono ricongiungersi con i rispettivi coniugi, anch’essi cittadini di paesi terzi e residenti in Olanda. Questi hanno invocato la sussistenza di disturbi fisici e psichici al fine di ottenere l’esenzione dall’esame di lingua. Le autorità competenti non hanno peraltro ritenuto tali disturbi sufficientemente gravi e hanno quindi respinto la richiesta. Il Consiglio di Stato olandese chiede quindi alla Corte di Giustizia se tale esame di integrazione sia compatibile con la direttiva sul ricongiungimento familiare che consente agli Stati UE, nel capo intitolato «condizioni richieste per l’esercizio del diritto al ricongiungimento familiare» di imporre a cittadini di paesi terzi l’assolvimento di misure di integrazione.
Il quadro normativo. Per meglio comprendere la fattispecie al centro della controversia risulta opportuno ricordare che lo scopo della direttiva 2003/86/CE del 22 settembre 2003 relativa al ricongiungimento familiare è quello di fissare le condizioni dell’esercizio del diritto al ricongiungimento familiare di cui dispongono i cittadini di paesi terzi che risiedono legalmente sul territorio degli Stati UE. Gli Stati UE possono chiedere ai cittadini di paesi terzi di soddisfare le misure di integrazione, conformemente alla legislazione nazionale. Inoltre si prevede che uno Stato membro possa esigere che i cittadini di paesi terzi che ambiscano ad ottenere lo status di soggiornante di lungo periodo soddisfino le «condizioni di integrazione», conformemente alla legislazione nazionale.
L’obiettivo è comunque quello di favorire il ricongiungimento familiare. In primo luogo, la Corte osserva che, nell’ambito dei ricongiungimenti familiari diversi da quelli relativi ai rifugiati e ai loro familiari, la riferita direttiva ammette che gli Stati UE subordinino il rilascio di un permesso di ingresso sul proprio territorio al rispetto di determinate misure preliminari di integrazione civica che comprende la valutazione di una conoscenza elementare sia della lingua che della società dello Stato membro interessato e che implica il pagamento di spese plurime, prima di autorizzare l’ingresso e il soggiorno di tali cittadini sul proprio territorio ai fini del ricongiungimento familiare. Tuttavia, poiché l’art. 7, par. 2, comma 1, della direttiva riguarda soltanto misure «di integrazione», misure del genere sono legittime soltanto se consentono appunto di facilitare l’integrazione dei familiari del soggiornante. Di conseguenza, la suddetta norma deve essere interpretata restrittivamente. Peraltro, il margine di manovra riconosciuto agli Stati UE non deve essere impiegato dagli stessi in un modo che pregiudicherebbe l’obiettivo di tale direttiva, che è di facilitare il ricongiungimento familiare. Quindi, le misure che gli Stati UE possono esigere sulla base di tale disposizione possono essere considerate legittime soltanto se consentono di facilitare l’integrazione dei familiari del soggiornante.
L’obbligo di superare l’esame di integrazione non pregiudica il favor per il ricongiungimento. È quindi evidente l’importanza dell’acquisizione di conoscenze tanto della lingua quanto della società dello Stato membro ospitante, in particolare per facilitare la comunicazione, l’interazione e lo sviluppo di rapporti sociali, nonché l’accesso al mercato del lavoro e alla formazione professionale. Dunque, l’obbligo di superare un esame di integrazione civica di livello elementare permette di assicurare l’acquisizione da parte dei cittadini di paesi terzi interessati di conoscenze che risultano utili per stabilire legami con lo Stato membro ospitante. La Corte sottolinea che, considerando il livello elementare delle conoscenze richieste, l’obbligo di superare l’esame di integrazione non costituisce, di per sé, pregiudizio all’obiettivo di ricongiungimento familiare perseguito dalla direttiva.
La “stella polare” deve sempre essere agevolare l’integrazione negli Stati UE. Tuttavia, secondo la Corte, il criterio di proporzionalità esige, in ogni caso, che le condizioni di applicazione dell’obbligo di superare l’esame di integrazione non vadano oltre quanto è necessario per raggiungere l’obiettivo del ricongiungimento familiare. Tale eventualità si verificherebbe qualora l’applicazione dell’obbligo di esame impedisse automaticamente il ricongiungimento familiare dei familiari del soggiornante qualora, pur non avendo superato l’esame di integrazione, questi ultimi abbiano fornito la prova della loro volontà di superare l’esame e degli sforzi compiuti a tale scopo. Infatti, le misure di integrazione devono essere dirette non a selezionare le persone che potranno esercitare il loro diritto al ricongiungimento familiare, ma ad agevolare la loro integrazione negli Stati UE.
Occorre individualizzare l’esame delle domande di ricongiungimento. In tale ottica, la Corte sottolinea la necessità di considerare circostanze individuali particolari, come l’età, il livello di educazione, la situazione finanziaria o le condizioni di salute, in vista di un esonero dei familiari interessati dall’obbligo di superare un esame d’integrazione quando, a motivo di tali circostanze, risulta che questi ultimi non sono in grado di sostenere tale esame o di superarlo. Altrimenti, qualora si procedesse ad una valutazione rigida e astratta, nelle suddette circostanze, l’obbligo di superare l’esame d’integrazione potrebbe rappresentare un ostacolo, difficilmente sormontabile, all’effettivo esercizio del diritto al ricongiungimento familiare. Non a caso, l’art. 17 della direttiva 2003/86 prescrive un’individualizzazione dell’esame delle domande di ricongiungimento.
Occorre applicare un criterio di ragionevolezza. Di conseguenza, avendo riguardo al principio di ragionevolezza, possono assumere rilievo, oltre alle condizioni di salute dell’interessato, alle sue capacità cognitive e al suo livello di formazione, anche fattori quali la disponibilità di materiale preparatorio comprensibile per il medesimo, i relativi costi e il dispendio di tempo. Quindi, non in tutti casi è possibile pretendere, da colui che intenda avvalersi del ricongiungimento familiare e che non padroneggi nessuna delle diciotto lingue in cui è disponibile il materiale didattico di preparazione all’esame, l’apprendimento anzitutto di una delle dette lingue per poi poter iniziare, con l’ausilio del materiale didattico stesso, l’effettiva preparazione all’esame.
Sono inammissibili discriminazioni economiche. Nel caso in specie, la legislazione olandese non permette di esonerare i familiari del soggiornante dall’obbligo di superare l’esame di integrazione civica in tutti i casi in cui tale obbligo rende impossibile o eccessivamente difficile il ricongiungimento familiare. Inoltre, la Corte osserva che il costo del pacchetto di preparazione all’esame, che è dovuto una tantum, è di 110 euro, mentre l’importo delle tasse d’iscrizione è di 350 euro. Secondo la Corte tali importi sono idonei a rendere impossibile o eccessivamente difficile il ricongiungimento familiare. Ciò vale, a maggior ragione, se si considera che le spese di iscrizione devono essere versate ogni volta che si sostenga nuovamente l’esame e da ciascuno dei familiari interessati e che, a tali spese, si aggiungono quelle che essi devono sostenere per raggiungere la sede della rappresentanza olandese più vicina al fine di sostenere l’esame. Del resto, la direttiva non ammette disposizioni nazionali che colleghino un esame di integrazione al versamento di tasse, la cui imposizione risulti idonea ad impedire, a coloro che intendano avvalersi del ricongiungimento, di esercitare il relativo diritto.
In conclusione. Per la Corte, dunque, gli Stati UE possono esigere dai cittadini di paesi terzi che essi superino un esame di integrazione civica e che comporta il pagamento di diverse spese, prima di autorizzare l’ingresso e il soggiorno dei suddetti cittadini sul proprio territorio ai fini del ricongiungimento familiare, se le condizioni di applicazione di un tale obbligo non rendono impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio del diritto al ricongiungimento familiare.