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Notizie a cura di La Stampa.it |
COMUNITARIO e INTERNAZIONALE

danni alla reputazione | 16 Giugno 2015

La condanna del provider per i “fake” postati dai lettori non viola la libertà d’espressione

di Giulia Milizia

I commenti diffamatori a un articolo pubblicato dal provider ricorrente sul suo portale di notizie, gestito professionalmente e su base commerciale (escluse, quindi, le scriminanti della Direttiva 2000/31/CE), l'insufficienza delle misure atte ad evitare danni alla reputazione altrui, a garantire una possibilità realistica che gli autori dei commenti saranno ritenuti responsabili e la moderata sanzione inflitta, comportano la liceità e la proporzionalità delle restrizioni imposte dalle leggi interne e dell’UE, seppur troppo generiche e non sempre chiare.

La tutela dei diritti ex art. 8 Cedu (privacy, immagine etc.) e del copyright prevale su tutto. Infatti la giurisprudenza costante della CEDU, in tutti questi casi, ha sempre ritenuto lecito ex art.10 il blocco dell’accesso o l’oscuramento totale o parziale del sito web (Times Newspapers LTD v. Regno Unito nn. 1 e 2 del 10/03/09, Neji e Sunde Kolmisoppi v. Svezia del 19/02/13 – fondatori di Pirate Bay- e Akdeniz c. Turchia del 11/03/14). È quanto stabilito dalla CEDU Grand Chamber nel caso Delfi AS c. Estonia del 16 giugno 2015 confermando la sentenza della CEDU sez. I del 10/10/13, già nei fachtsheets: New technologies – Internet.
Il caso. È una società proprietaria del più importante portale di notizie operante anche in Lituania e Lettonia. Malgrado sin dal 2005 il Ministro di Giustizia ed altre autorità avessero evidenziato il suo costante carattere di «fonte di arrogante e brutale scherno» non adottò sino al 2009 misure atte a filtrare e bloccare i fakes e non mise un moderatore: riteneva sufficiente la generica liberatoria contenuta in qualsiasi sito con forum. Nel 2005, per incrementare gli introiti pubblicitari, pubblicò un pezzo sulla società di trasporto con rompighiaccio, formalmente corretto e di pubblico interesse, ma tale da suscitare migliaia di commenti molti dei quali altamente offensivi, rimossi con grave ritardo (6 settimane dopo la richiesta della vittima). La CEDU concordò con i G.O. interni che ritennero lecita la condanna all’indennizzo della vittima, editori sia il provider che gli autori dei «post» offensivi ed infine che questa attività commerciale fosse equiparabile alla stampa cartacea: non erano invocabili le scriminati ex Direttiva 2000/31 sul commercio elettronico. Rispettato l’art.10 Cedu.
Quadro normativo. Il 28/5/03 il Consiglio dei Ministri del COE rilasciò “La dichiarazione sulla libertà di comunicazione su Internet” in cui richiamava espressamente quest’ultima Direttiva.  Questa libertà «non dovrebbe pregiudicare la dignità umana, dei diritti umani e delle libertà fondamentali degli altri, soprattutto i minori», perciò lo Stato, nel rispetto dell’art. 10, «può adottare misure per imporre la rimozione di contenuti Internet chiaramente identificabili o, in alternativa, il blocco dell'accesso alla medesima, se le autorità nazionali hanno preso una decisione provvisoria o definitiva sulla sua illegalità» ed in presenza di giustificati motivi: sono vietati i blocchi generalizzati. Queste leggi riconoscono il ruolo cruciale dei providers nella società dell’informazione, sempre in evoluzione e il cui peso nell’economia mondiale è in costante aumento (v. Agenda digitale dell’UE, Strategia di Lisbona e dell’Europa 2020 e Codice dei diritti online dei cittadini europei del 2012) anche se non può adottare blocchi generalizzati ed in assenza di questi giustificati motivi. Gli artt. 12-14 nel fornire le definizioni del provider quale «mere conduit, cashing ed hosting» riconoscono scriminanti e doveri di controllo specifico (artt. 14 e 15): queste vengono meno se il provider non si è attivato a rimuovere i contenuti illeciti postati appena ne è venuto a conoscenza e/o se era conscio della loro lesività, tanto più in presenza di un’espressa richiesta anche di eventuale indennizzo. Irrilevante la generica liberatoria o la possibilità che altri utenti segnalino files lesivi. Infatti anche se deve rispettare l’anonimato e la libertà d’espressione dei cybernauti, deve vigilare sulla correttezza dei contenuti postati, tutelare i diritti dei terzi e collaborare con le autorità giudiziarie fornendo i nominativi di trasgressori in tutti i casi previsti dalla legge. In breve non potrà invocare queste scriminanti e sarà ritenuto co-responsabile (come nella fattispecie)  in tutti quei casi in cui, per quanto sopra, si ritiene abbia collaborato con gli utenti a commettere gli illeciti, anche omettendo i dovuti controlli. La sua attività d’intermediario tecnico non era quindi di natura meramente tecnica, neutrale e passiva. In ogni caso è salvo detto potere inibitorio (art. 6 Dichiarazione, Considerando 9, 42-48 ed art. 15 D.2000/31, Direttive 98/34 e 38/CE).
La giurisprudenza della CGUE sul punto. Quest’ultimo punto è stato chiarito dalla CGUE con nuove esegesi dell’art. 14, che ha vietato l’ingiunzione contro il gestore che ha adottato filtri per evitare lo scambio con il peer-to-peer di file audio-video coperti da copyright (ECLI:EU:C:2010:159 – c.d. caso Google France-, 2011:474 ed ord. EU:C:2012:420). Infine la EU:C:2014:317 (C-131/12, c.d. caso Google Spain) ha sancito il c.d. diritto all’oblio e per la prima volta ha affermato che i diritti delle vittime alla tutela della privacy e dell’immagine prevalgono su quelli confliggenti degli utenti del web, considerando lecito l’oscuramento dei siti che diffondevano notizie lesive. Infine la EU:C:2014:2209 (C-291/13) ha dichiarato che il provider di un sito, gratuito o meno, ricevendo notizie da pubblicare deve effettuare un primo necessario controllo sulla loro liceità: non sono invocabili, in questo caso, dette scriminanti (fattispecie relativa ad un giornale online). I controlli e la tutela dei diritti altrui è tanto più stringente stante il fatto che il sito guadagna con la pubblicità e che nella fattispecie la Delfi incitava i propri utenti a postare i commenti a tale fine.
Limiti alla libertà d’espressione. Pur essendo uno dei fondamenti essenziali di una società democratica fondata sul pluralismo, la tolleranza e l’apertura mentale, non è esente da restrizioni in tassativi casi dettati dal principio di necessità «interpretata in maniera rigorosa e stabilita in modo convincente». È palese che queste norme e quelle interne dovendo tutelare la privacy e la reputazione altrui, così come stabilito dall’art. 8 Cedu, prevalgano su tutti gli altri interessi confliggenti. Infatti la rete consente l’accesso ai fake ad un pubblico illimitato, perché possono essere ripostati, inviati per mail, trovati sui motori di ricerca e ciò rende difficile ed oneroso per le vittime l’individuazione dei colpevoli, sì che da un lato il provider, come tutti i professionisti, deve adottare controlli e monitoraggi specifici e dall’altro deve attivarsi per prevenire ed eliminare questi illeciti (Animal Defenders International c. Regno Unito [GC] del 22/4/13, Axel Springer Ag c.Germania [GC] del 7/2/12, Hachette Fillippacchi ed Associati del 14/6/07). Ergo, come esplicato in epigrafe, le restrizioni erano lecite e proporzionate. Va detto che la decisione non è stata unanime (15 a 2) e che due giudice nella loro articolata opinione dissenziente, inserendosi sui tipi e le capacità di controllo dei forum (a loro dire, vista l’ampiezza della rete, veramente ardui) hanno visto in queste restrizioni una censura di Stato ed un peso eccessivo imposto al provider tanto più che il ruolo di editore e d’intermediario tecnico non possono essere equiparati in alcun modo.



Qui la CEDU Grand Chamber, caso Delfi AS c. Estonia del 16 giugno 2015