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COMUNITARIO e INTERNAZIONALE

tutela dei consumatori | 18 Dicembre 2014

Credito al consumo: la banca deve provare di aver informato il consumatore e di aver verificato la sua solvibilità

di Ivan Libero Nocera - Avvocato in Torino - Weigmann Studio Legale e professore a contratto presso l'Università di Brescia

Infatti, il principio di effettività sarebbe compromesso se l’onere della prova della mancata esecuzione degli obblighi del creditore gravasse sul consumatore il quale non dispone di mezzi che gli consentano di provare che il creditore non gli ha fornito le informazioni richieste e che non ha verificato la sua solvibilità.

(Corte di Giustizia UE, Quarta Sezione, sentenza 18 dicembre 2014, causa C-449/13)

Lo ha affermato la Corte di Giustizia nella sentenza nella causa C-449/13 dell’18 dicembre 2014, pronunciandosi su una rilevante questione che riguarda il contratto di credito al consumo.
Il quadro normativo. La direttiva 2008/48/CE del 23 aprile 2008 sui contratti di credito ai consumatori pone a carico della banca, alcuni doveri di informazione, in particolare l’obbligo di fornire informazioni precontrattuali e chiarimenti affinché, nell’ambito di un contratto di credito al consumo, il debitore possa compiere una scelta consapevole al momento della sottoscrizione del credito. La direttiva impone altresì al creditore di consegnare ai consumatori una scheda con le informazioni europee di base e di verificare la solvibilità del consumatore. In particolare, si prevede che il consumatore deve essere informato in modo completo prima di concludere il contratto di credito, a prescindere dalla circostanza che un intermediario del credito partecipi o meno alla commercializzazione del credito. Nonostante le informazioni precontrattuali, il consumatore può ancora aver bisogno di ulteriore assistenza per decidere quale contratto di credito, tra quelli proposti, sia il più adatto alle sue esigenze e alla sua situazione finanziaria. Pertanto, gli Stati membri dovrebbero far sì che i creditori forniscano tale assistenza sui prodotti creditizi che offrono al consumatore. Se opportuno, al consumatore dovrebbero essere spiegate in modo personalizzato sia le informazioni precontrattuali sia le caratteristiche essenziali connesse con i prodotti offerti, affinché egli possa comprenderne i potenziali effetti sulla sua situazione economica.
Il caso. La fattispecie oggetto della pronuncia della Corte vede due cittadini francesi che si sono ritrovati nell’impossibilità di rimborsare le rate mensili dei loro rispettivi contratti di credito, sicché la banca ha richiesto il rimborso immediato delle somme mutuate, oltre agli interessi. Il giudice francese chiamato a statuire su tale domanda ha quindi rilevato che la banca non era in grado di produrre la scheda contenente le informazioni europee di base né alcun altro documento che provasse l’adempimento del suo obbligo di fornire chiarimenti.
Le questioni. Il giudice del rinvio solleva la questione della conformità alla direttiva suddetta della clausola standard nella quale il debitore dà atto di aver ricevuto e di aver preso conoscenza della scheda, che potrebbe così rendere impossibile l’esercizio del diritto del consumatore di contestare la completa esecuzione degli obblighi da parte del creditore. Inoltre, rileva che, per quanto riguarda l’obbligo di verifica della solvibilità, il debitore non ha fornito alla banca documenti giustificativi della sua situazione finanziaria, e si chiede quindi se la verifica della solvibilità del consumatore possa essere effettuata sulla base delle sole informazioni dichiarate da quest’ultimo, senza un controllo effettivo di dette informazioni attraverso altri elementi.
Chi deve provare che la banca ha eseguito i suoi obblighi d’informazione? Innanzitutto, la Corte di giustizia osserva che la direttiva non specifica quale sia il soggetto cui spetta provare che il creditore ha eseguito i suoi obblighi di informazione e di verifica della solvibilità, cosicché tale questione dipende dall’ordinamento giuridico interno di ciascuno Stato membro. Di conseguenza, è necessario che le norme del diritto nazionale non siano meno favorevoli di quelle che disciplinano situazioni simili di natura interna (principio di equivalenza) e che esse non rendano in pratica impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti riconosciuti dalla direttiva (principio di effettività).
Per il principio di effettività, l’onere della prova grava sulla banca. La Corte ritiene che il principio di effettività sarebbe compromesso nell’ipotesi in cui l’onere della prova della mancata esecuzione degli obblighi del creditore gravasse sul consumatore. Quest’ultimo, infatti, non dispone di mezzi che gli consentano di provare che il creditore non gli ha fornito le informazioni richieste e che lo stesso non ha verificato la sua solvibilità. Il principio di effettività è, invece, garantito laddove spetti al creditore dimostrare dinanzi al giudice la corretta esecuzione dei suoi obblighi precontrattuali: un creditore diligente deve infatti essere consapevole della necessità di raccogliere e conservare le prove dell’esecuzione dei suoi obblighi di fornire informazioni e chiarimenti. Pertanto, è contraria al diritto comunitario la normativa nazionale secondo la quale l’onere della prova della mancata esecuzione degli obblighi prescritti agli artt. 5 e 8 della direttiva 2008/48 grava sul consumatore.
La clausola standard non comporta un’inversione dell’onere della prova in capo al debitore. Per quanto concerne la clausola tipo che figura in uno dei contratti di credito in questione, la Corte afferma che una simile clausola non compromette l’effettività dei diritti riconosciuti dalla direttiva 2008/48 se, in forza del diritto nazionale, comporta soltanto che il debitore attesti di aver ricevuto la scheda contenente le Informazioni europee di base. A tal proposito, dall’art. 22, par. 3, della direttiva risulta che una tale clausola non può consentire al creditore di eludere i suoi obblighi. La clausola tipo in questione costituisce infatti un indizio che spetta al creditore avvalorare attraverso uno o più elementi di prova pertinenti. Peraltro, il consumatore deve essere sempre in grado di far valere di non aver ricevuto tale scheda o che quest’ultima non consentiva alla banca di adempiere agli obblighi di informazione precontrattuali. Di conseguenza, è contraria al diritto UE la clausola in forza della quale il giudice debba ritenere che il consumatore abbia riconosciuto la piena e corretta esecuzione degli obblighi precontrattuali incombenti al creditore, e tale clausola comporti un’inversione dell’onere della prova dell’esecuzione di detti obblighi tale da compromettere l’effettività dei diritti riconosciuti dalla direttiva.
La valutazione della solvibilità del consumatore può essere effettuata sulla base delle sole informazioni fornite da quest’ultimo se adeguate. La Corte si concentra quindi sulla questione della valutazione della solvibilità del consumatore. Sul punto rileva che la direttiva accorda un margine di discrezionalità al creditore al fine di stabilire se le informazioni di cui dispone siano sufficienti per attestare la solvibilità del consumatore e se sia necessaria una verifica mediante altri elementi. Sicché l’istituto di credito deve, in ogni caso e tenuto conto delle rispettive circostanze particolari, valutare se dette informazioni siano adeguate e in numero sufficiente ai fini della valutazione della solvibilità del consumatore. In proposito, l’adeguatezza delle suddette informazioni può variare a seconda delle circostanze in cui avviene la conclusione del contratto di credito, della situazione personale del consumatore o dell’importo contemplato da tale contratto. Questa valutazione può essere effettuata tramite documenti giustificativi della situazione finanziaria del consumatore, ma non si può escludere che il creditore possa tener conto della sua eventuale conoscenza preliminare della situazione finanziaria del candidato al finanziamento. Tuttavia, mere dichiarazioni non comprovate rese da un consumatore non possono, di per sé, essere considerate adeguate se non corredate da documenti giustificativi.
La banca non deve valutare la solvibilità del consumatore prima di dare informazioni. Inoltre, dalla direttiva non emerge che la valutazione della situazione finanziaria e delle esigenze del consumatore debba essere compiuta prima di aver fornito chiarimenti adeguati. Non sussiste, in via di principio, un nesso tra tali due obblighi precontrattuali. Il creditore può quindi dare chiarimenti al consumatore senza essere obbligato a valutare, preliminarmente, la solvibilità di quest’ultimo. Tuttavia, il creditore deve tener conto della valutazione della solvibilità del consumatore, ove tale valutazione renda necessario un adeguamento dei chiarimenti forniti. Infatti, l’obbligo di valutare la solvibilità del consumatore, di cui all’art. 8, par. 1, della direttiva 2008/48, è volto a responsabilizzare il creditore e ad evitare che questi conceda un finanziamento a consumatori non solvibili.
Obblighi d’informazione devono adempiersi prima della firma del contratto di credito. Infine, la Corte precisa che gli obblighi di informazione devono, in ragione della loro stessa natura precontrattuale, essere adempiuti prima della firma del contratto di credito, fermo restando che i chiarimenti non devono necessariamente essere forniti in un documento specifico, ma possono essere dati oralmente nel corso di un colloquio. Può quindi verificarsi che la valutazione della solvibilità del consumatore richieda un adattamento dei chiarimenti adeguati forniti, i quali devono essere comunicati al consumatore in tempo utile, preliminarmente alla firma del contratto di credito, senza tuttavia dover dar luogo alla redazione di un documento specifico.