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COMUNITARIO e INTERNAZIONALE

immigrazione | 02 Dicembre 2014

Perseguitato perché omosessuale: il richiedente asilo è credibile anche se non lo ha subito precisato

di Ivan Libero Nocera - Avvocato in Torino - Weigmann Studio Legale e professore a contratto presso l'Università di Brescia

Il richiedente asilo non manca di credibilità per il solo fatto che, a causa della sua reticenza a rivelare aspetti intimi della propria vita, egli non abbia dichiarato immediatamente la propria omosessualità alla prima occasione concessagli per esporre i motivi di persecuzione.

(Corte di Giustizia UE, Grande Sezione, sentenza 2 dicembre 2014, cause riunite C-148/13:C-149/13; C-150/13)

 

Lo ha affermato la Corte di Giustizia nella sentenza nelle cause riunite da C-148/13 a C-150/13 del 2 dicembre 2014.
Il quadro normativo. Le direttive 2004/83 e 2005/85 introducono, rispettivamente, norme minime sulle condizioni per l'attribuzione, a cittadini di paesi terzi, della qualifica di rifugiato e sulle procedure di esame delle richieste di asilo precisando i diritti dei richiedenti. In particolare, l’art. 2 della direttiva 2004/83/CE del Consiglio, recante norme minime sull'attribuzione, a cittadini di paesi terzi o apolidi, della qualifica di rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta, afferma che ai fini della medesima direttiva si intende per “rifugiato” un cittadino di un paese terzo il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza ad un determinato gruppo sociale, si trova fuori dal paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di detto paese.
La nozione di “gruppo sociale”. Inoltre, l’art. 10 della stessa direttiva 2004/83 in tema di motivi di persecuzione dispone che un gruppo costituisce un particolare gruppo sociale quando i membri di tale gruppo condividono una caratteristica innata o una storia comune che non può essere mutata oppure condividono una caratteristica o una fede che è così fondamentale per l’identità o la coscienza che una persona non dovrebbe essere costretta a rinunciarvi, e tale gruppo possiede un’identità distinta nel paese di cui trattasi, perché vi è percepito come diverso dalla società circostante. Di conseguenza, in funzione delle circostanze nel paese d’origine, un particolare gruppo sociale può includere un gruppo fondato sulla caratteristica comune dell’orientamento sessuale.
La vicenda. La fattispecie al centro della controversia in esame vede tre cittadini di paesi extracomunitari che hanno presentato richieste di asilo nei Paesi Bassi, adducendo il timore di essere perseguitati nei loro rispettivi paesi di origine a causa della loro omosessualità. Tuttavia, le loro richieste sono state respinte dalle autorità competenti con la motivazione che il loro orientamento sessuale non era dimostrato. Pertanto, i tre richiedenti hanno proposto appello avverso tali decisioni. Investito della controversia, il Consiglio di Stato olandese chiede alla Corte di Giustizia di chiarire gli eventuali limiti che potrebbero essere imposti dal diritto dell’Unione Europea con riferimento alla verifica dell'orientamento sessuale dei richiedenti asilo. Il Consiglio di Stato, infatti, sostiene che il semplice fatto di porre domande ai richiedenti asilo sul proprio orientamento sessuale possa, in una certa misura, ledere i diritti garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Per valutare le dichiarazioni di un richiedente asilo occorre considerare le circostanze personali quali la sua estrazione sociale e l’orientamento sessuale. La Corte di Giustizia sottolinea, in via preliminare, che le dichiarazioni di un richiedente asilo relative al proprio orientamento sessuale costituiscono solo il punto di partenza nel processo di esame della richiesta e possono necessitare di una conferma. Tuttavia, le modalità di valutazione, da parte delle autorità competenti, di tali dichiarazioni e degli elementi di prova presentati a sostegno di richieste devono essere conformi al diritto dell’Unione e segnatamente ai diritti fondamentali garantiti dalla Carta, quali il diritto al rispetto della dignità umana e il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Peraltro, tale valutazione deve essere individuale e tener conto della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente (compresi fattori quali la sua estrazione, il suo sesso e la sua età), al fine di valutare se gli atti a cui è stato o potrebbe essere esposto si configurino come persecuzione o danno grave.
La circostanza che il richiedente asilo non risponde alle domande sull’orientamento sessuale non incide sulla sua credibilità. La Corte fornisce le seguenti indicazioni quanto alle modalità di valutazione da parte delle autorità nazionali. In primo luogo, la valutazione delle richieste di asilo sulla sola base di nozioni stereotipate associate agli omosessuali non consente alle autorità di tener conto della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente. Anche se interrogatori basati su nozioni stereotipate possono costituire un elemento utile a disposizione delle autorità competenti ai fini di tale valutazione, la valutazione delle domande di concessione dello status di rifugiato sulla sola base di nozioni stereotipate associate agli omosessuali non consente alle autorità di tener conto della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente asilo considerato. Pertanto, il fatto che un richiedente asilo non sia in grado di rispondere a tali domande non può costituire, di per sé, un motivo sufficiente per concludere che il ricorrente non sia credibile, in quanto un modo di procedere del genere sarebbe contrario a quanto richiesto dall’art. 4, par. 3, lettera c), della direttiva 2004/83 nonché dall’art. 13, par. 3, lettera a), della direttiva 2005/85.
I dettagli sulle pratiche sessuali del richiedente asilo sono contrari al rispetto della privacy. Inoltre, la Corte specifica che anche se le autorità nazionali possono procedere a interrogatori destinati a valutare i fatti e le circostanze riguardanti l'asserito orientamento sessuale di un richiedente asilo, gli interrogatori sui dettagli delle pratiche sessuali del richiedente sono contrari ai diritti fondamentali garantiti dalla Carta e, segnatamente, al diritto al rispetto della vita privata e familiare.
È contrario alla dignità umana il “test di omosessualità”. Quanto, in terzo luogo, alla possibilità, per le autorità nazionali, di accettare il compimento di atti omosessuali, il loro assoggettamento a eventuali «test» per stabilire la loro omosessualità o ancora la produzione di prove quali registrazioni video dei loro atti intimi, la Corte sottolinea che tali elementi, oltre al fatto che non hanno necessariamente valore probatorio, sarebbero idonei a ledere la dignità umana il cui rispetto è garantito dalla Carta. Per di più, autorizzare o accettare un tipo di prove del genere avrebbe un effetto incentivante nei confronti di altri richiedenti e equivarrebbe, di fatto, a imporre a questi ultimi prove siffatte.
Concludendo. In conclusione, nell’ambito dell’esame dei fatti e delle circostanze riguardanti l’asserito orientamento sessuale di un richiedente asilo, la cui domanda è fondata su un timore di persecuzione a causa di tale orientamento, le dichiarazioni di tale richiedente nonché gli elementi di prova documentali o di altro tipo presentati a sostegno della sua domanda non devono essere oggetto di una valutazione, da parte delle autorità competenti, mediante interrogatori fondati unicamente su nozioni stereotipate riguardo agli omosessuali. Inoltre, nell’ambito di tale esame, le autorità nazionali competenti non possono ritenere che le dichiarazioni del richiedente asilo considerato manchino di credibilità per il solo motivo che il suo asserito orientamento sessuale non è stato fatto valere da tale richiedente alla prima occasione concessagli per esporre i motivi di persecuzione.