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AMMINISTRATIVO

atti processuali | 03 Dicembre 2020

Processo amministrativo: inammissibile il ricorso che viola il principio di sinteticità

Anche se proposto prima del d.P.C.S. n. 167/2016

di La Redazione

Il Consiglio di Stato ha dichiarato inammissibile l’atto di appello che ha violato i principi di sinteticità e chiarezza, anche se proposto prima dell’adozione del decreto del Presidente del Consiglio di Stato n. 167 del 2016 sui limiti dimensionali.

(Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza n. 7622/20; depositata il 1° dicembre)

Il Consiglio di Stato ha affermato l’inammissibilità del ricorso che viola il principio di sinteticità, a nulla rilevando che il gravame sia stato proposto prima dell’adozione del d.P.C.S. n. 167/2016 sui limiti dimensionali, e ciò in quanto ha riconosciuto al dovere di sinteticità «una valenza peculiare nel giudizio amministrativo caratterizzato dalla centralità dell’interesse pubblico in occasione del controllo sull’esercizio della funzione pubblica».

 

Palazzo Spada, con sentenza n. 7622/20, pubblicata il 1° dicembre, ha chiarito che «nella loro strumentalità all’attuazione del principio di ragionevole durata del processo, ex art. 111, comma 2, Cost., i principi di chiarezza e sinteticità, quanto alla causa petendi ed al petitum, rendono più immediata ed agevole la decisione del giudice, evitando l’attardarsi delle parti su argomentazioni ed eccezioni proposte a mero scopo tuzioristico, rendendo meno probabile il ricorso ai mezzi di impugnazione e, tra questi, in particolare al ricorso per revocazione».

 

Nella fattispecie, la Sezioni ha ritenuto che l’atto di appello risultasse caratterizzato da diverse reiterazioni delle medesime argomentazioni e dalla conseguente esposizione delle stesse in modo talvolta non specifico ed esaustivo.
Pertanto, considerato il mancato rispetto del precetto di cui all’art. 3, comma 2, c.p.a. da parte dell’appellante, il Consiglio ha deciso per la declaratoria di inammissibilità dell'impugnazione, «non già per l'irragionevole estensione del ricorso (la quale non è normativamente sanzionata), ma in quanto rischia di pregiudicare l'intellegibilità delle questioni, rendendo oscura l'esposizione dei fatti di causa e confuse le censure mosse alla sentenza gravata».