POLITICA SULL'UTILIZZO DEI COOKIE - GIUFFRE' FRANCIS LEFEBVRE SPA

Questo sito utilizza cookie di profilazione di prima parte per offrirti un miglior servizio e per trasmetterti comunicazioni in linea con le attività svolte durante la navigazione. Puoi impedire l'utilizzo di tutti i Cookie del sito cliccando MAGGIORI INFORMAZIONI oppure puoi acconsentire all'archiviazione di tutti quelli previsti dal sito cliccando su ACCONSENTI.

Continuando la navigazione del sito l'utente acconsente in ogni caso all'archiviazione degli stessi.


> Maggiori informazioni

Acconsenti

Abbonamento scaduto
Abbonamento inattivo
Numero massimo utenti raggiunto
Utente non in CRM
Manutenzione
domenica 22 settembre 2019
Accedi   |   Contatti   |   Newsletter   |   Abbonamenti    Feed RSS
Notizie a cura di La Stampa.it |
PENALE e PROCESSO

sostanze stupefacenti | 08 Marzo 2019

Stupefacenti: per la Consulta la pena minima di otto anni di reclusione è sproporzionata

di La Redazione

È costituzionalmente illegittimo l’art. 73, comma 1, del Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti nella parte in cui prevede come pena minima edittale la reclusione di otto anni anziché di sei anni.  

(Corte Costituzionale, sentenza n. 40/19; depositata l’8 marzo)

Così ha stabilito la Corte Costituzionale con sentenza n. 40/2019, depositata l’8 marzo.

 

Sproporzionalità della pena. Per la Consulta risulta essere sproporzionata la pena minima di otto anni prevista per i reati non lievi in materia di sostanze stupefacenti e, dunque, è illegittimo l’art. 73, comma 1, d.P.R. n. 309/1990 (Testo unico sugli stupefacenti) nella parte in cui prevede come pena minima edittale la reclusione di otto anni anziché di sei anni. Inalterata rimane la misura massima della pena, ossia venti anni di reclusione, applicabile ai casi più gravi.
Per la Corte la differenza di ben quattro anni tra il minimo della pena previsto per la fattispecie ordinaria, ossia otto anni, e il massimo di essa stabilito per la fattispecie di più lieve entità, ossia quattro anni, rappresenta «un’anomalia sanzionatoria» che si pone in contrasto con i principi costituzionali di eguanglianza, proporzionalità, ragionevolezza e quello della funzione rieducativa della pena.
La suddetta soluzione sanzionatoria, precisa la Consulta, « non costituisce un’opzione costituzionalmente obbligata e quindi rimane possibile un diverso apprezzamento da parte del legislatore».