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Notizie a cura di La Stampa.it |
PENALE e PROCESSO

misure alternative | 26 Luglio 2016

Cambio di ‘Comunità’, ma la struttura non è regolare: revocato l’affidamento in prova

Accolta la richiesta di trasferimento. La nuova struttura, però, non è iscritta al ‘Registro degli enti ausiliari’. Ciò comporta la revoca dell’affidamento in prova terapeutico, originariamente concesso dal Tribunale di sorveglianza.  

(Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza n. 32417/2016; depositata il 26 luglio)

Concesso l’affidamento in prova terapeutico per provare a sconfiggere la tossicodipendenza. Ma il cambio di ‘Comunità’ si rivela un errore gravissimo: il giovane è costretto a tornare in carcere. Decisiva la constatazione che la nuova struttura non è inserita nel ‘Registro degli enti ausiliari’ (Corte di Cassazione, sentenza n. 32417/2016, sez. I Penale, depositata il 26 luglio).

Trasferimento. Provvedimento inevitabile, quello assunto dal Tribunale di sorveglianza. L’uomo ha «chiesto e ottenuto il trasferimento» in una nuova ‘Comunità terapeutica’, ma essa, come certificato dal ‘Sert’, «non risulta iscritta al ‘Registro degli enti ausiliari’». Ciò comporta «la cessazione dell’affidamento in prova terapeutico».
Respinta la «richiesta difensiva» finalizzata a ottenere il «rinvio del procedimento» per «consentire alla ‘Comunità’ di provvedere agli adempimenti per l’iscrizione al ‘Registro’».
Poco plausibile, poi, l’idea che l’uomo non fosse a conoscenza del mancato inserimento della struttura nel ‘Registro’. Anche perché egli, evidenziano i giudici, «provvedeva al pagamento di una retta mensile», mentre «le strutture autorizzate percepiscono contributi pubblici».

Registro. E ora la valutazione compiuta dal Tribunale di sorveglianza è condivisa dalla Cassazione. Legittima, quindi, la revoca dell’«affidamento in prova terapeutico».
Nessun dubbio sul fatto, certificato dal ‘Sert’, che «la ‘Comunità’» nuova destinazione dell’uomo non è «iscritta nel ‘Registro degli enti ausiliari’». Irrilevante invece, aggiungono i magistrati, l’«autorizzazione» rilasciata dal Comune, autorizzazione che riguarda solo «l’apertura e il funzionamento di una struttura residenziale, definita come ‘comunità alloggio’ per persone con problematiche psico-sociali, e in particolare ex detenuti e soggetti sottoposti a misure restrittive della libertà personale». Esclusa, invece, l’ipotesi di realizzare «attività specificamente terapeutiche, riabilitative e sanitarie per persone con disturbi mentali e per persone con abuso di stupefacenti o alcool».