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Notizie a cura di La Stampa.it |

12 Ottobre 2018

Nascita delle cripto-valute e dei connessi rischi di riciclaggio

Benché la precedente direttiva del 2015 abbia imposto alle legislazioni dei Paesi europei innovazioni importanti in tema di prevenzione e contrasto della criminalità finanziaria e del terrorismo, i tempi di elaborazione della stessa e di successivo recepimento da parte dei singoli Stati, non hanno di fatto consentito che si occupasse anche dei nuovi rischi che - specie la negoziazione pseudo-anonima delle allora nascenti valute virtuali V.V. - avevano cominciato a porre in termini di antimoney-laundering e contrasto finanziario al terrorismo. Il tema delle valute virtuali aveva da poco cominciato ad essere oggetto di attenzione da parte di Organismi sovranazionali ed Autorità nazionali. Il report del GAFI “Virtual Currencies – Potential AML/CFT Risks” nel giugno 2014 auspicava un intervento delle istituzioni europee per definire un quadro normativo armonizzato che riservasse l’operatività in V.V. a soggetti autorizzati, per i rischi di ricostruzione della traccia finanziaria posti dal loro anonimato, dalla mancanza di norme e di autorità di controllo, dalla complessità delle strutture usate e dei soggetti coinvolti, distribuiti tra diversi Paesi e giurisdizioni. Il 4 luglio successivo, la European Banking Authority – EBA nel suo “Opinion on ‘virtual currencies” individuava i numerosi profili di rischio che la negoziazione delle cripto-valute poteva comportare per gli utilizzatori (consumatori, investitori e merchant), i partecipanti al mercato (piattaforme di scambio e depositari dei portafogli virtuali), l’integrità e la stabilità del sistema finanziario e del sistema dei pagamenti, gli intermediari e le autorità di regolamentazione. Il documento terminava auspicando anch'esso un intervento delle istituzioni europee per definire un quadro normativo armonizzato, che tra l’altro riservasse l’operatività in V.V. a soggetti autorizzati.

 

Nel nostro Paese la Banca d’Italia, con la Comunicazione del 30 gennaio 2015, definiva valute virtuali le “rappresentazioni digitali di valore non emesse da una banca centrale o da un’autorità pubblica non necessariamente collegate a una valuta avente corso legale, ma utilizzate come mezzo di scambio o detenute a scopo di investimento e che possono essere trasferite, archiviate e negoziate elettronicamente”, escludendone la natura di moneta legale o di moneta elettronica. In linea con quanto indicato dall’EBA, Banca d’Italia poneva l’accento sui rischi per gli operatori da essa vigilati, anche in considerazione della possibile violazione - da parte dei prestatori di servizi sulle piattaforme di scambio (exchange) - della riserva di legge sulla raccolta del risparmio e la prestazione di servizi di pagamento. Contestualmente, l’Unità di Informazione Finanziaria – UIF (l’agenzia antiriciclaggio italiana, costituita con particolari garanzie di autonomia e indipendenza all’interno della Banca d’Italia stessa) pubblicava il documento “Utilizzo anomalo delle valute virtuali” dove, anche alla luce di alcune segnalazioni di operazioni sospette ricevute, si sottolineavano i potenziali effetti per il riciclaggio ed il finanziamento del terrorismo resi possibili dall’anonimato delle transazioni in V.V. e dall’operatività online, spesso posta in essere tra “Paesi a rischio”. Il 18 aprile 2016, una seconda comunicazione della UIF metteva ulteriormente in guardia i soggetti obbligati dal possibile utilizzo delle valute virtuali anche per i reati di finanziamento del terrorismo internazionale.

 

Era, infatti, iniziata quella sanguinosa catena di fatti terroristici che da Parigi si era estesa ad altre città europee e – quasi al contempo - si era aggiunto lo scandalo derivante dalla pubblicazione di quell’ingente mole di documenti che va sotto il nome di “Panama Papers”. Si ricorda che, nell’agosto 2015, veniva consegnata al quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung ed al consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ), un fascicolo digitalizzato composto da oltre undici milioni di documenti riservatissimi tratti dagli archivi dello studio legale panamense Mossack-Fonseca, concernente informazioni dettagliate su 214.000 società off-shore, utilizzate come “schermo” di copertura per attività spesso legate a fatti illeciti, fiscali in primis ma non solo.

 

Questi eventi esigevano un’adeguata risposta internazionale ed – ancor più – europea, che non fosse costituita solo da quella investigativo-repressiva, ma adeguasse la vigente disciplina contro il riciclaggio ed il finanziamento del terrorismo internazionale, mettendola in grado in grado di contrastare anche le nuove tecniche illecite utilizzate.

 

Come si è giunti all’adozione della direttiva. Nel dicembre 2015 il Consiglio dell'Unione europea e il Consiglio europeo chiedevano quindi un rafforzamento della normativa ed il 5 luglio 2016 la Commissione europea pubblicava la proposta (COM 2016/450) di modifica della quarta direttiva già in corso di recepimento da parte dei Paesi europei.
Per contrastare il finanziamento del terrorismo e il riciclaggio, la proposta della Commissione prevedeva essenzialmente:
- la lotta ai rischi di finanziamento del terrorismo legati alle valute virtuali: per evitare che queste fossero usate impropriamente per riciclare denaro e finanziare il terrorismo, la Commissione proponeva di includere nell'ambito di applicazione della direttiva antiriciclaggio le piattaforme di scambio di valute virtuali e i prestatori di servizi di portafoglio digitale. Dette entità avrebbero dovuto applicare gli obblighi di adeguata verifica della clientela alle operazioni di cambio di valute virtuali in valute reali, ponendo fine all’anonimato associato a detti scambi;
- il rafforzamento dei poteri delle Financial Intelligence Unit o Unità di informazione finanziaria dell’Unione europea e la promozione della cooperazione tramite l’ampliamento della gamma di informazioni a loro disposizione, anche rendendo totalmente accessibile al pubblico i registri dei titolari effettivi di società e trust e prevedendo l’interconnessione di detti registri tra i vari Paesi, con assoggettamento a registrazione anche per i c.d., trust passivi come quelli citati nei Panama Papers, a fini di un maggiore controllo;
- la lotta ai rischi connessi agli strumenti prepagati anonimi (ad esempio le carte prepagate); la Commissione proponeva anche di ridurre al minimo i pagamenti anonimi mediante carte prepagate abbassando le soglie per l'identificazione da 250 euro a 150 euro e ampliando gli obblighi di verifica dei clienti.
Così mentre i Paesi europei lavoravano al recepimento della quarta direttiva, il Parlamento ed il Consiglio UE si occupavano all’adozione della nuova, la quinta appunto che - a parziale modifica della precedente - è stata pubblicata appunto lo scorso giugno ed ha ben tenuto conto dei temi proposti della Commissione.

 

Sulle valute virtuali l’Italia ha anticipato la quinta direttiva. Il d.lgs. n. 90 del 25 maggio 2017, con cui il nostro Paese ha recepito la quarta direttiva, si era in parte giovato della citata proposta di modifica della Commissione Europea del 5 luglio 2016. L’Italia – primo Paese europeo – ha infatti assoggettato a norme antiriciclaggio i c.d. exchange, le piattaforme elettroniche che “introducono” al mondo delle cripto-valute consentendo di convertire la valuta ufficiale (fiat) in valuta virtuale e viceversa, al tasso di cambio aggiornato al valore di mercato.
Il 2017 è stato anche l’anno in cui il controvalore delle cripto-valute ha toccato il suo massimo di oltre 800 miliardi di dollari. Successivamente si è registrato una progressiva uscita da questo mercato da parte della “speculazione minuta”, giunta all'ultima ora ad accodarsi al boom, ed il volume del loro controvalore è sceso alla comunque ancor considerevole cifra di 220 miliardi di dollari; di converso si registra ora un numero crescente di cripto-valute (circa 2.000 a settembre 2018 rispetto alle 1.500 del gennaio precedente) accompagnato da un incremento dei volumi giornalieri di trading, il cui capital gain risulta difficilmente assoggettabile ad imposizione fiscale per via del generale anonimato delle transazioni.
Il citato d.lgs. n. 90/2017 ha anzitutto fornito la definizione di valuta virtuale, in maniera del tutto identica a quella fornita da Banca d’Italia nella Comunicazione del 30 gennaio 2015. Per la loro attività di conversione di valute virtuali da/ovvero in valute aventi corso forzoso, sono stati estesi i presidi antiriciclaggio agli exchange con sede nel nostro Paese, inserendoli tra i soggetti obbligati nella categoria degli “altri operatori non finanziari”. Contestualmente si è prevista una vigilanza su detti soggetti, tramite la modifica della disciplina dell’attività tradizionale di cambiavalute, alla cui norma (art. 17-bis d.lgs. n. 141/10 e successive modifiche) è stato aggiunto uno specifico comma che ne ha esteso le previsioni ai prestatori di servizi relativi all'utilizzo di valuta virtuale. Veniva poi richiesta l'iscrizione in una “sezione speciale” del “registro dei cambiavalute”, dal 2015 tenuto dall’Organismo per la gestione degli elenchi degli agenti in attività finanziaria e dei mediatori creditizi – OAM, istituito dall’art. 128-undecies del Testo unico bancario. Apposito decreto del Ministro dell'economia e delle finanze – MEF avrebbe dovuto poi stabilire le modalità e la tempistica con cui i prestatori di servizi relativi all'utilizzo di valuta virtuale sarebbero stati tenuti a comunicare al Ministero stesso la propria operatività sul territorio nazionale.
Il 2 febbraio 2018 il MEF ha posto in pubblica consultazione lo schema di decreto, che prevede anzitutto l'obbligo di comunicazione al Ministero per chiunque sia interessato a svolgere sul territorio italiano l’attività di prestatore di servizi riguardanti l’utilizzo di valuta virtuale (exchange). Vengono anche stabilite le modalità elettroniche della comunicazione e si prevede l’avvio da parte dell’O.A.M. della gestione della predetta sezione speciale del registro dei cambia-valute. Le successive elezioni politiche non hanno sinora permesso l’emanazione del decreto da parte del MEF e quindi la sottoposizione a vigilanza da parte dell’OAM dei “cambiavalute virtuali” ma i principi AML/CFT (identificazione ed adeguata verifica dei clienti, registrazione delle operazioni, invio delle segnalazioni di operazioni sospette alla UIF) ope legis si applicano già ai prestatori italiani di detti servizi.
Resta il fatto che - in un settore con modalità operative fortemente caratterizzate dalla transnazionalità - l’iniziativa italiana risulta comunque limitata dall’assenza di un’analoga regolamentazione da parte delle altre giurisdizioni estere. La situazione è però destinata a cambiare – almeno per i Paesi dell’Unione – entro il gennaio 2020, quando tutti gli Stati europei avranno recepito la quinta direttiva che, come stiamo per vedere, si occupa diffusamente dei rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo posti dalle cripto-valute.